domenica 2 settembre 2018

Giocare con il default e la troika: quel virus chiamato voglia di far saltare il banco



Questo articolo è stato pubblicato il 15 agosto 2018 su Econopoly de Il Sole 24 ore.

Negli ultimi giorni si è diffuso uno strano “virus” chiamato “voglia di far saltare il banco”, “uscire dall’euro”, sinonimi di “default”; e quando questo virus viene evocato ed espresso da chi riveste incarichi governativi, le antenne si drizzano, il freddo corre lungo la schiena, la mano corre veloce al portafoglio.
Il contesto è chiaro: l’esperienza recente ha dimostrato che sono difficilmente realizzabili riforme strutturali in un contesto di instabilità e/o incertezza politica, assetto istituzionale farraginoso e contradditorio, pubblica amministrazione insensibile al cambiamento. Un ulteriore peggioramento del quadro, dovuto a cause interne od esterne, potrebbe condurre il paese in una situazione di crisi simile a quella del 2011, che fu concentrata sul mercato secondario del debito pubblico, ma non colpì fortunatamente il mercato primario, dove nessuna asta di titoli di nuova emissione venne sospesa od annullata, nonostante la brusca impennata dei tassi di interesse. Ora, nel giro di poche ore lo spread BTP/Bund è salito oltre 270, segno di un diffuso malessere fra gli investitori, in un contesto di evidente deflusso di valuta all’estero.

Ma che cosa significa “fare default”? Basta una raccomandata con avviso di ricevimento, diretta alla UE, alla BCE, al FMI? O facciamo tutto noi, che sappiamo? Quali sono le conseguenze per il paese?
Quanto è successo a paesi come Argentina e Grecia suona come un chiaro campanello d’allarme. Vediamo quali sono le condizioni che fanno scatenare un “default”, e come si sono comportati Argentina e Grecia nel loro (penoso) percorso.

Storicamente, gli elementi e le condizioni che possono condurre ad un “default” di uno stato sono:
(a) un debito pubblico elevato, critico laddove superi il 90% del PIL, limitando la capacità di crescita; il rapporto debito/PIL dell’Italia è oggi pari al 131,5%;
(b) prolungati periodi di crescita economica negativa, o nulla; in Italia, il PIL ha avuto una dinamica negativa negli anni: -2,5% nel 2012 e -1,8% nel 2013; nel 2014 ha fatto +0,1%, e poi +1% (2015), +0,9% (2016), +1,5% (2017);
(c) una percentuale elevata di debito pubblico posseduto da investitori stranieri, più influenzabili da dinamiche avverse e quindi propensi ad un rapido disinvestimento da titoli pubblici del paese sotto osservazione; tale percentuale era il 52% prima della crisi del novembre 2011, scesa al 30% circa oggi;
(d) flussi di capitale estero legati a fasi pro-cicliche (alti in fasi espansive, bassi o negativi in fasi recessive), rispetto ad investimenti strutturali e stabili;
(e) una struttura del debito pubblico posizionata sul breve periodo, con durate medie del debito residuo brevi, più sensibile ad aumenti improvvisi e/o duraturi dei tassi nominali: era pari a 6,9 anni nel 2011, è ora 6,8 anni (fonte Bankitalia, giugno 2018);
(f) deficit di bilancio pubblico significativi e ripetuti nel tempo;
(g) inflazione elevata;
(h) deprezzamento significativo della valuta nazionale.
La contemporanea presenza di più elementi accresce la vulnerabilità del paese al “default”, che viene accelerato da un “evento-shock” come la svalutazione improvvisa della moneta o l’abbandono di forme di “aggancio” a monete più forti, oppure come conseguenza della crisi di un paese con cui ci siano esposizioni commerciali e finanziarie importanti (come sarebbe il caso della Turchia, oggi).

In Argentina, la irresponsabilità della classe politica emerge come elemento cruciale dello scatenarsi della crisi e della incapacità di gestirla, in particolare sotto gli aspetti di politica fiscale e monetaria. La crisi fu assai acuta, con una caduta del PIL dell’11% nel 2002, un tasso di disoccupazione superiore al 20%, una caduta dei consumi del 13,6%, un crollo degli investimenti del 39%. Gli effetti del “default” ebbero conseguenze sociali gravi e durature, destabilizzando la situazione politica ed economica negli anni seguenti, con una “coda” che si sta manifestando nuovamente a distanza di anni, come dimostra la decisione di alzare il tasso ufficiale per la quinta volta nel corso del 2018 al 45% (13 agosto 2018).

Grecia. Nell’aprile 2010, al momento della richiesta di un prestito di 30 miliardi di euro al FMI per 3 anni e di un prestito di 80 miliardi di euro alla UE, per totali 110 miliardi di euro pari alla metà del PIL greco, la Grecia presentava alcune debolezze strutturali: alto rapporto deficit/PIL pari al 13,6% nel 2009; rapida crescita del debito pubblico passato dal 100% sul PIL nel 2005 al 148% nel 2010; invecchiamento della popolazione con relative previsioni di aumento delle spese per pensioni e sanità; bassa competitività; capacità di offerta di beni e servizi limitata; istituzioni non favorevoli agli investimenti. Date tali debolezze, il FMI sollecitava un programma di aggiustamento fiscale per ridurre il deficit, per invertire la crescita del rapporto debito/PIL, per riallineare la domanda interna alla effettiva capacità di offerta per migliorare la competitività del paese. In questi anni il paese è passato attraverso crisi istituzionali, tensioni sociali interne, dolorosi tagli al “welfare state”, privatizzazioni forzate (come importanti porti commerciali), limitazioni sull’utilizzo dei fondi via via recuperati; sino a giungere ad una recente (e il tempo dirà se definitiva o provvisoria) uscita dallo stato di crisi finanziaria, e riapertura dei finanziamenti dall’estero.
Le esperienze di Argentina e Grecia sono univoche: il “default” porta come necessaria conseguenza una fase (spesso prolungata, talora ripetuta) di shock, cadute di produzione e reddito, aumento della povertà, tagli profondi alle “misure di sostegno” di un moderno “welfare state”.
Emergono elementi di somiglianza con l’Italia: elevato debito pubblico (al 131,5% del PIL in Italia), irresponsabilità fiscale del governo centrale e locale, immobilità incapacità ed inadeguatezza della classe politica, mercato interno che presenta aree di chiusura alla libera competizione con una rilevante presenza pubblica sia nella erogazione di servizi verso i cittadini e la P.A. stessa attraverso società di scopo, municipalizzate ed aziende autonome che non sono orientate ad una logica imprenditoriale e di profitto.
FMI, UE e BCE hanno ripetutamente consigliato all’Italia di procedere ad un serio insieme di riforme strutturali per ridurre il peso dello stato nell’economia (e quindi attraverso l’apertura dei mercati domestici oggi protetti avviare una crescita virtuosa del gioco competitivo a vantaggio dei cittadini e dell’economia) e ridurre il differenziale competitivo con altre economie. Sin dal 2013 Il FMI (IMF Country Report no. 13/298, Italy 2013 Article IV consultation, p. 9) osserva che “”in assenza di riforme strutturali più profonde, la crescita di medio termine si manterrà bassa””, sollecitando quindi il governo italiano ad intervenire su produttività stagnante, ambiente socio-economico poco adatto alle attività imprenditoriali, settore pubblico assai indebitato. Sono gli stessi punti su cui si era concentrata l’ormai storica lettera della BCE dell’agosto 2011, largamente inascoltata ed inattuata.
A nostro avviso, va scongiurata una eventualità di chiedere il “default”, in qualunque forma esso si sostanziasse: decisione unilaterale di “default”, richiesta di uscita dall’euro (e prevedibilmente, ma non necessariamente, dalla UE come fatto dalla Gran Bretagna), una scampagnata sulle rive del Meno accompagnata da dichiarazioni roboanti (ma sterili).

Ma tema più importante è: che cosa ci potrà riservare il futuro? Quali potrebbero essere le conseguenze a più lungo termine di un “default” del paese? Superata la fase critica del breve periodo, l’Italia sarebbe in grado di superare lo “shock” e riprendere un percorso di crescita, da lungo tempo abbandonato? Le esperienze di Argentina e Grecia non sono pienamente positive, al riguardo; occorre quindi aver da subito ben chiaro e definito un programma di “recovery” in un nuovo paradigma. In assenza di un simile programma redatto dalla amministrazione governativa, il compito di definirne obiettivi, capitoli, contenuti dovrà essere assunto da nuove forze, preferibilmente presenti nel mondo sano dell’impresa e del lavoro.

Neoliberismo in Italia: chi l’ha visto?





Questo articolo è stato pubblicato il 12 agosto 2018 su Econopoly de Il Sole 24ore.

Il termine neoliberismo contraddistingue ormai, nella discussione quotidiana nel nostro Paese fra politici, media e blogger, quanto c’è di negativo – o meglio: si ritiene ci sia di negativo – nell’economia di mercato e nel capitalismo; termine ormai assunto a descrivere i fenomeni, le azioni, i comportamenti più esecrabili dei “padroni delle ferriere” interessati (unicamente o principalmente) al proprio utile, pronti a spremere i lavoratori sino all’ultima goccia e limitarne i diritti, interessati ad assumere posizioni dominanti rispetto alla concorrenza anche con pratiche definite “predatorie”, dediti unicamente al bieco “laissez faire”, oramai inarrestabili nella loro conquista di potere, attività, braccia e cervelli. Non entriamo nella valutazione qualitativa, quella che ricorre a categorie e termini come utile/inutile e buono/cattivo; molto più modestamente cercheremo di valutare l’esistenza e la consistenza di quei fenomeni, appena descritti, che vengono etichettati come neoliberismo e quindi negativi.
I numeri, nella loro semplicità, ci aiuteranno a descrivere il tutto: o meglio, il contrario di quanto le voci appena descritte vogliono farci intendere; fatto 100 il PIL nazionale (1.716 miliardi di euro nel 2017, fonte ISTAT) incominciamo a quantificare quanto PIL è prodotto dallo Stato, nelle sue varie forme, e rileviamo che il 49,7% del PIL nazionale (852 miliardi di euro, fonte MEF ed ISTAT) è direttamente da ascrivere a entità dello stato, entità dove troviamo difficile identificare quei fenomeni da “padroni delle ferriere” sopra descritti; quasi sempre questa componente di PIL ascrivibile allo Stato è al di fuori di logiche di mercato, quindi è PIL fornito in situazioni di monopolio (naturale o per legge); le attività gestite dalle amministrazioni comunali aggiungono 86,5 miliardi di euro al Pil (fonte, ISTAT).
Aggiungiamo i servizi forniti da enti ed aziende possedute dagli enti territoriali locali (come le aziende che si occupano di trasporto locale, raccolta e gestione dei rifiuti, gestione dell’acqua) che operano sulla base spesso di concessioni, quindi a diretto contatto e diretta dipendenza dalla mano pubblica; secondo stime (mai certezze nel Belpaese…) le società partecipate dallo Stato centrale e locale sono circa 10.500 ed hanno prodotto 252,6 miliardi di PIL (dato 2015, ultimo disponibile; fonte Report ISTAT 23 ottobre 2017) e con queste arriviamo ad una quota vicina al 70% del PIL nazionale: 1.191,1 miliardi di euro. Questa fetta dell’economia nazionale ci sembra connotata da stretti e proficui legami fra proprietà (assente…), management (politicamente ”allineato”), sindacati (ben lieti di avere tali proprietà e management, pronti a concedere ancor prima di vederselo chiedere).
schermata-2018-08-07-alle-09-17-15
Vorremmo passare inoltre a conteggiare tutto quel PIL che dipende, per via di concessione statale, dal “bello e cattivo tempo” della mano pubblica, come la concessione delle autostrade, i servizi di navigazione sui laghi, che tutto si può dire tranne che operino in regime di mercato e di libera concorrenza; non abbiamo trovato dati puntuali, ma non dubitiamo che queste attività possano rappresentare una quota non banale di PIL, stimabile (è uno sport nazionale, suvvia! fare stime…) fra il 5% e l’8% del PIL nazionale, e così abbiamo già superato il 74 per cento.
Ci consentirete, speriamo, di conteggiare il valore di PIL prodotto dai servizi delle Poste resi in regime cosiddetto protetto a tutela di tutti i cittadini, come quelli resi dagli sportelli postali e delle Ferrovie dello Stato resi in regime di concessione esclusiva (quindi, i ricavi delle attività dei treni ad alta velocità, svolti in regime di concorrenza con terzi, sono esclusi). Avremo dimenticato qualche attività; anche con tali possibili dimenticanze, la quota di PIL che possiamo definire neostatalista e statalista supera il 75% del PIL nazionale.
E allora, dove sta questo pericoloso neoliberismo che a detta della ormai chiassosa maggioranza politica, sindacale, giornalistica è il male da combattere con politiche di intervento statale? Chi l’ha visto, il neoliberismo?
Il male profondo, piuttosto, è l’eccessiva, debordante, elefantiaca, onnipresente, inefficiente mano pubblica che come una piovra si è impadronita del Paese, sulla via lastricata di buone intenzioni ma che sempre conduce all’inferno, e lo ha reso incapace di pensare, agire, fare.
Se c’è una cosa da fare è questa: smantellare, pietra dopo pietra, lo statalismo che è ormai in noi.

Belpaese e pensioni: l’incrocio pericoloso è fra demografia, istruzione e coperture


Questo articolo è stato pubblicato il 29 luglio 2018 su Econopoly de Il Sole 24ore.

La lettura dei Rapporti INPS (l’ultimo pubblicato questo mese di luglio 2018) e dei dati ISTAT conferma che abbiamo molti dati (NOTA: spesso poco coerenti fra loro, viste le diverse “chiavi di lettura” adottate) ma relativamente poche analisi di scenario per immaginare (prevedere è eccessivo) l’evoluzione del sistema pensionistico pubblico.
In premessa, ricordiamo che:
“Sul piano delle modalità di finanziamento, il modello pensionistico obbligatorio nel nostro paese si configura come un sistema a ripartizione, in cui l’onere pensionistico è ripartito sui lavoratori correnti: i contributi dei lavoratori attivi vengono immediatamente utilizzati per pagare le pensioni ai lavoratori in quiescenza. In quanto tale, il metodo a ripartizione subisce le oscillazioni del dato occupazionale, del livello retributivo degli assicurati e dell’andamento demografico.” (fonte, INPS).
È quindi evidente come sia fondamentale avere una base di lavoratori attivi crescente che “versano contributi”, a fronte di un invecchiamento della popolazione dovuto alla diminuzione del tasso di natalità ed al contemporaneo aumento della capacità di sopravvivenza e quindi della speranza di vita degli italiani, stimata in 83,49 anni (2015, B. Mondiale); nel 2002 gli ultra-novantenni residenti in Italia erano 402.000, saliti a 720.000 nel 2017 (fonte, ISTAT).
I pensionati italiani con età fra 60 e 70 anni sono 4.198.995 (il 27,2% dei pensionati), quelli con età fra i 70 e gli 80 sono 5.458.680 (il 35,3%) e (quasi) tutti raggiungeranno la soglia dei pensionati ultra-ottantenni, oggi fermi a 4.267.851 (il 27,6%) ma intenzionati a crescere, con effetti significativi sulla struttura “demografica” del sistema pensionistico. In chiave prospettica, andamento demografico (si innalza l’età media della popolazione, e quindi si estende il periodo di permanenza nella condizione di pensionato/a) ed andamento occupazionale (si riduce il rapporto fra lavoratori e pensionati, oggi pari a 1,4 lavoratori per ogni pensionato; tale rapporto era superiore a 5 negli anni ’50 e poi è via via calato negli anni successivi) aggiungono quindi difficoltà e problemi per un sistema pensionistico, che oggi deve ricorrere al sostegno dello stato, che attinge alla fiscalità generale, per sostenersi: l’apporto dello stato all’INPS nel 2017 è stato di 110, 3 miliardi, a fronte di prestazioni erogate di 312,1 miliardi e contributi incassati di 224,6 miliardi (pagina 281, Rapporto INPS luglio 2018).
L’Istat ha ricostruito le serie storiche trimestrali e di media annua dal 1977 ad oggi dei principali aggregati del mercato del lavoro; tra il 1977 e il 2012 il numero medio annuo di occupati è passato da 19.511.000 (anno in cui le pensioni pagate furono 16.766.399; NOTA: il numero delle pensioni è superiore al numero dei pensionati, avendosi casi di più pensioni erogate allo stesso pensionato) a 22.899.000 (con 23.570.499 pensioni pagate); a fine 2017 i lavoratori assicurati presso l’INPS sono 25.138.000 (fonte, INPS). La retribuzione media 2017 lorda (al netto dei contributi) è stata di 22.538 euro, con contributi medi versati all’INPS di 9.973 euro (compresa quota datore di lavoro); con tali contributi, che a livello aggregato “cubano” 205,1 miliardi, l’INPS eroga prestazioni pensionistiche a 15.477.672 pensionati INPS, con un assegno annuo lordo di 18.160 euro (fonte, INPS).
Se confrontiamo i contributi annui medi versati (9.973 euro) con l’assegno medio lordo erogato (18.160 euro) scopriamo che l’assegno medio annuo è 1,8 volte il contributo medio annuo; facciamo un piccolo esempio di calcolo (“grossolano”) … se per ogni pensionato oggi ci sono 1,4 lavoratori attivi, immaginiamo di avere 140 lavoratori che versano contributi di 9.973 euro, con un incasso di 1.396.200 euro; dall’altro lato paghiamo a 100 pensionati un assegno annuo di 18.160 euro per totali 1.816.000 euro; la differenza di 419.800 euro la paga lo stato, quindi la fiscalità generale, che infatti per il solo 2017 ha contribuito per 110,3 miliardi complessivamente (Tavola 3.8 App. pg. 281 Rapporto INPS luglio 2018). Ci troviamo dinanzi ad uno sbilancio finanziario oggi “strutturale” che fa affidamento sulla fiscalità generale per sostenersi.

Che fare?

Non è nostro compito; ci permettiamo di evidenziare che è essenziale aumentare costantemente e significativamente il numero dei lavoratori attivi (e studi in passato hanno sottolineato l’importanza di avere un rapporto di lungo periodo lavoratori/pensionati “in sicurezza”, nell’intorno del 2:1; per il nostro paese, questo vorrebbe dire creare nuovi posti di lavoro al ritmo, oggi impensabile, di 800.000 nuovi posti l’anno per i prossimi 8-10 anni), e che la crescita degli occupati è più semplice, diremmo favorita, da sistemi flessibili, quindi poco rigidi, che tendono a sviluppare nuovi profili professionali rispetto a quelli tradizionali; e che è altrettanto essenziale che le retribuzioni dei nuovi occupati siano elevate, così da avere contributi previdenziali alti, in grado di ridurre lo scompenso attuale (sopra descritto); uno scenario dove la professionalità sostenuta da percorsi formativi ad elevato contenuto tecnico possa essere adeguatamente riconosciuta e retribuita.
Quindi, forte enfasi sull’istruzione tecnica, la famosa STEM (Scienze, Tecnologie, Ingegneria, Matematica), come “driver” per migliorare la posizione competitiva delle imprese e del paese: impresa ardua, in un paese come l’Italia dove solo il 26,2% dei 30-34enni ha una laurea (contro una media UE del 39,1%) con una percentuale di laureati in materie tecniche del 4,5% sull’intera popolazione.

Molto resta da fare, forse quasi tutto.

Il messaggio di Marchionne: studiare e osare quello che per altri non è possibile


Questo articolo è stato pubblicato il 23 luglio 2018 su Econopoly de Il Sole 24 ore.


Sergio Marchionne: un deal-maker eccellente, più che un manager a tutto tondo. La sua è una storia aziendale contrassegnata da grandi operazioni societarie e finanziarie di natura straordinaria che hanno messo in risalto doti uniche: visione, coraggio, determinazione, pazienza unita a capacità di osare, grande razionalità e capacità di essere sempre tre passi avanti; doti che ne hanno fatto “il” CEO più rispettato dell’industria automobilistica.
Tre sono state le operazioni di natura straordinaria che ne hanno decretato il successo; una quarta – che egli aveva in animo di completare entro la fine del suo naturale mandato nel 2019 – resta ancora da eseguire; ma procediamo con ordine.
La prima operazione fu la gestione della uscita di General Motors dall’accordo con cui GM si impegnava ad assumere il controllo totale di Fiat Auto, siglato dall’allora presidente Fiat Paolo Fresco, in un momento difficile per la casa torinese; da poco arrivato a Torino, era il febbraio 2005, Marchionne gestì in modo esemplare la risoluzione dell’impegno di GM, che pagò una penale di 1,55 miliardi di USD per chiudere la sfortunata (per GM stessa) operazione; Fiat nel frattempo aveva già venduto, con plusvalenza, il 2% di GM che era stato acquisito alla firma dell’accordo iniziale contro il 10% di Fiat comperato da GM; la gestione esemplare da parte del nuovo CEO della famosa “put option” con penale allegata in caso di mancata esecuzione da parte della casa USA fu il segnale che a Torino c’era un uomo forte e capace al comando. Con la liquidità così incassata Fiat poté beneficiare di una «provvidenziale e sostanziale» iniezione di cassa a sostegno del rilancio.
La seconda operazione, la più famosa dell’era-Marchionne, fu l’ingresso in Chrysler: una operazione immaginata, impostata, gestita in totale autonomia da parte del CEO, che dimostrò – come sa fare solo un grande generale – di saper definire il campo di battaglia, la strategia di attacco, i tempi rapidi della vittoria. Si era nel primo mandato Obama, Chrysler era sull’orlo della bancarotta finanziaria oltre ad avere un problema di gamma di prodotti (pick-up e jeep) che consumavano troppo carburante e quindi erano soggetti a penalizzazioni tasse e limitazioni in molti stati americani; Marchionne colse l’attimo, offrendo all’amministrazione USA ed alla terza casa di Detroit la tecnologia (i motori Fiat a basso consumo) in cambio di azioni; in cambio della fornitura di tecnologia, e senza spendere un dollaro, Fiat ottenne una quota di Chrysler, poi elevata sino al 25% al momento della immissione sul mercato delle vetture equipaggiate con i motori a basso consumo, sempre senza versare un dollaro come capitale; quota incrementata sino a raggiungere il controllo col 58,5% nel gennaio 2012, con una serie di acquisti delle azioni in mano ai governi e sindacati di USA e Canada, sulla base di prezzi pre-concordati. Nel gennaio 2014 il controllo di Chrysler giunse al 100%, passo necessario per giungere ad una fusione societaria che diede origine a FCA. Marchionne aveva salvato Chrysler, aveva conquistato Chrysler, aveva così salvato il gruppo, che da operatore prevalentemente europeo (e latino-americano) era divenuto un player importante negli USA, ancora il mercato mondiale più importante.
Un filo rosso, oggi ben visibile, unisce la seconda operazione alla terza, e poi alla quarta (ancora in fieri).
marechionne
Con la creazione di FCA si prospettava la terza operazione: la separazione, esecutiva dal gennaio 2011, attraverso scorpori e scissioni, delle attività del gruppo fra automobilistico (FCA coi suoi marchi) ed industriale (Fiat Industrial; ora CNH Global), rendendo così più attraenti i rispettivi business per ulteriori, future operazioni (accordi, M&A); ulteriore “chicca”, l’operazione prevedeva la creazione di azioni a voto plurimo, che in caso di delibere assembleari su materie straordinarie (cessioni, acquisizioni, fusioni) consentiva, e consente, agli azionisti “stabili” che avessero detenuto le azioni per un periodo di 2 anni prima e dopo gli scorpori fatti di avere un voto doppio, e quindi un potere accresciuto (principali beneficiari del voto plurimo: il gruppo di controllo riunito intorno alla famiglia Agnelli e quegli investitori finanziari, come fondi, che hanno creduto nelle sorti del gruppo). La terza operazione fu anche propedeutica alla quotazione, di successo, di Ferrari, valutata al momento dell’IPO secondo criteri e multipli da azienda del lusso.
In 14 anni Marchionne ha visto il valore del gruppo moltiplicarsi per 10, creando valore per tutti gli azionisti che negli anni hanno dato fiducia al CEO ed alla politica del gruppo.
Ma a Marchionne questo non bastava: aveva in cantiere la quarta operazione, quella “finale” per rendere le partecipazioni della holding di gruppo meno dipendente dalla old economy (auto e veicoli industriali) e più presente su media, servizi finanziari ed assicurativi, in ottica globale. La quarta operazione, prevista entro la fine del 2019 che ora altri saranno chiamati a realizzare, è “accasare FCA” con un gruppo compatibile per dimensione, presenza geografica, gamma prodotti; le indiscrezioni portano a pensare alla coreana Hyundai; il prossimo futuro dirà se, come e quando qualcosa si realizzerà.
Il messaggio che lascia Marchionne è chiaro: studiare, immaginare, osare quello che per altri non è possibile, con pazienza, coraggio, perseveranza. Thank you, Sergio.

martedì 21 febbraio 2017

Qualunque imbecille ...

"" Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. L'abilità consiste nel ridurre le spese, dando nondimeno servizi efficienti, corrispondenti all'importo delle tasse.""

(Maffeo Pantaleoni, 1857-1924, economista e politico italiano, ministro delle Finanze)

lunedì 13 febbraio 2017

Tasse e poligamia.

“” (…) nel giugno del 1862 il Congresso degli Stati Uniti, assecondando gli umori di un’opinione pubblica fortemente allarmata da un disavanzo statale che cresceva al ritmo di 2 milioni di dollari al giorno, approvò a malincuore l’introduzione di una tassa progressiva sul reddito con un’aliquota massima del 10 per cento: il 1° luglio, il presidente Lincoln ratificò la nuova normativa in materia fiscale e una legge che puniva la pratica della poligamia. Il giorno successivo la Borsa di New York chiuse con un forte ribasso, quasi certamente non imputabile alla legge sulla poligamia.””

(John Brooks, L’imposta federale sul reddito, 1964, in “Business Adventures”, prima ed. italiana 2016, pg. 157)

giovedì 9 febbraio 2017

Stanco di coccolare i sovietici.



“” Il presidente americano Harry S. Truman aveva passato i suoi primi otto mesi alla Casa Bianca cercando di capire come trattare con i sovietici. (…) Adesso era risoluto a seguire una linea di condotta chiara. All’inizio di gennaio 1946, scrisse al suo segretario di Stato, James Byrnes:


“” I russi sono stati una seccatura fin da Potsdam. L’attuale presenza di truppe russe in Iran e il fatto che la Russia fomenti la ribellione laggiù (…) è un oltraggio, se mai ne ho visto uno. Non c’è alcun dubbio (…) che la Russia abbia intenzione di invadere la Turchia e impadronirsi degli stretti che collegano il Mar Nero a Mediterraneo (…) A meno che la Russia non venga affrontata con il pugno di ferro e un linguaggio risoluto, si sta preparando un’altra guerra. L’unica lingua che capiscono è: “quante divisione avete?”. Penso che non dovremmo più scendere a compromessi (…) Sono stanco di coccolare i sovietici “.


Erano bastati meno di sei mesi perché gli Alleati nel più devastante conflitto della storia diventassero nemici, e tali sarebbero rimasti per i quarant’anni a venire.””



(Victor Sebestyen, “1946. La guerra in tempo di pace”, pg. 31-32)