venerdì 19 ottobre 2018

Chi difende i consumatori dalle associazioni dei consumatori?

Questo articolo è stato pubblicato su Econopoly de IlSole24ore il 18 ottobre 2018


Consumo, quindi esisto; ma qualcuno mi difende se consumo male, o se il fornitore di un bene o servizio non si comporta bene?

Per tutelare i consumatori, in questi casi, sono nate le associazioni di difesa dei consumatori, che possono avviare le c.d. “class action”, previste dal Codice del Consumo (http://www.codicedelconsumo.it/): il meccanismo della “class action” consente a più consumatori di aderire all'azione legale già iniziata, anche mediante l'appoggio fornito dalle associazioni a difesa dei consumatori (azioni collettive), che hanno legittimazione attiva e passiva ad agire in giudizio in una vasta materia giuridica, ad esempio per impugnare le delibere delle varie “authority” (http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2018/09/13/nava-consob-authority/).
In Italia, esistono, e nascono ogni giorno, associazioni (che sono gruppi di privati) con lo scopo di difendere i diritti dei consumatori; ma delle centinaia esistenti, solo alcune sono “riconosciute” dallo stato (art. 137  Codice del Consumo http://www.codicedelconsumo.it/) ed iscritte ad un Albo nazionale tenuto dal Consiglio Nazionale dei Consumatori e degli Utenti (CNCU) che ha sede presso il MISE (http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/mercato-e-consumatori/associazioni-dei-consumatori/cncu); esse attualmente sono 20: ADOC, Adiconsum, Assoutenti, ACU, Adusbef, Altroconsumo, Casa del consumatore, Centro tutela consumatori utenti, Cittadinanza attiva, Codici, Confconsumatori, Federconsumatori, Lega consumatori ACLI, Movimento difesa del cittadino, Movimento consumatori, Codacons, Cittadinanzattiva, Unione nazionale consumatori, Contribuenti Italiani, Sportello consumatori di Bolzano. Per scelta non è iscritta all'albo nazionale Aduc.

Ma come si finanziano queste associazioni? E quanto “pesano” in termini di associati?
Le informazioni presenti sui rispettivi siti sono poche e non consentono di stabilirne la effettiva consistenza (solamente Cittadinanza Attiva riporta il suo bilancio che contiene molte informazioni utili; Aduc riporta il numero degli aderenti e quanto raccolto da associati e non, per il 2016; contattata, ha indicato i dati aggiornati del 2017). Abbiamo scritto ad alcune associazioni richiedendo informazioni su numero degli iscritti e fonti di finanziamento (ADOC, Aduc, Adusbef, Federconsumatori, Codacons, Altroconsumo, Codici). Abbiamo anche chiesto al CNCU (ed a 2 dipartimenti del MISE) informazioni su:
-        numero effettivo dei consumatori affiliati alle 20 associazioni riconosciute,
-        fonti di finanziamento delle associazioni stesse, comprensive di:
o   quote versate dai consumatori affiliati,
o   eventuali donazioni (che potrebbero anche pervenire da soggetti potenzialmente in conflitto di interesse con le finalità delle singole associazioni, come ad esempio imprese produttive interessate ad un “atteggiamento benevolo” nei propri confronti),
o   contributi provenienti da “authority” e stato.
Non abbiamo ricevuto risposta da Adoc, Federconsumatori, Codacons, Altroconsumo, Codici e MEF; hanno risposto Aduc, Adusbef.
In termini concreti: non è dato sapere come si finanziano e quante risorse raccolgono le associazioni aderenti al CNCU (salvo le 2 eccezioni sopra indicate).

Le teorie sul finanziamento delle associazioni …
Sulle fonti di sostentamento delle associazioni dei consumatori si sono anche rincorse, in passato, molte teorie; Adiconsum, Codacons, Federconsumatori e Movimento difesa del cittadino dell’Umbria hanno a suo tempo chiarito che «Non esiste un finanziamento pubblico per tali soggetti (iscritti all’albo regionale e al Consiglio nazionale consumatori e utenti) che non ricevono alcun euro dalla fiscalità generale». Le fonti finanziarie dichiarate derivano da:
-        autofinanziamento (quote d’iscrizione);
-        destinazioni del 5 per mille, fatte in forma volontaria dai cittadini;
-        una percentuale degli incassi delle multe dell’Antitrust (fondi che sono solo veicolati dal MISE, tramite il CNCU, e che le associazioni sono vincolate a utilizzare in progetti utili ai cittadini-consumatori)

Come distribuisce i fondi il MISE/CNCU?
La distribuzione dei fondi da parte del MISE/CNCU è fatta in proporzione al numero dichiarato di consumatori associati alle singole associazioni, senza che vi sia un controllo sostanziale sul loro numero effettivo: quindi il numero dichiarato potrebbe essere superiore (“gonfiato”) a quello effettivo.

Proposte per raccogliere fondi a favore delle associazioni
Negli anni si sono rincorse richieste di interventi finanziari della più varia (ed avariata…) natura: trattenute in busta-paga, o sulle bollette elettriche … causando reazioni (positive e negative) dalle varie sigle. I favorevoli al prelievo ritenevano che “l’importo non deve essere superiore a 1 centesimo di euro a bolletta, così da non pesare sulle tasche delle famiglie” e lamentando la mancanza di finanziamenti pubblici, in polemica coi le associazioni contrarie, precisavano che “Non a caso le uniche associazioni contrarie ad un intervento sulle bollette sono quelle finanziate dai sindacati, che sperano così di realizzare un monopolio a danno delle organizzazioni indipendenti e non legate ad alcuna corporazione”. Insomma, molto rumore, qualche rancore …: per un contributo molti si sarebbero piegati a logiche poco commendevoli nei confronti dei consumatori.

Contributi pubblici
Contributi pubblici sono peraltro previsti, a livello italiano ed europeo: il MISE ha disposto 10 milioni di euro per i contributi ai programmi regionali a favore di consumatori e utenti previsti dalla Legge 388-2000; a livello europeo (https://www.fasi.biz/it/programmi/program/20-programma-per-la-tutela-dei-consumatori-2014-2020.html) esiste un programma 2014-2020 che destina complessivamente per la tutela dei consumatori 188,8 milioni di euro.

Conclusioni
Purtroppo, come in tanti altri settori, accanto ad operatori corretti ce ne sono altrettanti che lo sono meno, e non è semplice distinguere fra le due categorie; ecco perché sarebbe auspicabile una maggiore trasparenza su numero di associati, fonti di finanziamento, risultati dell’attività svolta.
Il legislatore dovrebbe imporre a tutte le associazioni di difesa dei consumatori la pubblicazione dei dati rilevanti, inclusi: bilancio; numero degli associati; dettaglio delle fonti di finanziamento con specifica indicazione di donatori diversi dagli associati individuali (come potrebbero essere imprese, gruppi di pressione e “lobby”) e di eventuali contributi provenienti da “ristorni da authority” e contributi statali e pubblici. I consumatori devono essere adeguatamente informati in modo chiaro, semplice, completo: cosa che sinora è mancato. E MEF e CNCU devono farsi parte attiva per tale obiettivo.
Nella situazione attuale vorreste voi essere difesi da una associazione di difesa dei diritti di consumatore che non vi dice quanti sono i suoi associati, quali sono in dettaglio le sue fonti di finanziamento, se fra queste fonti di finanziamento vi sono donazioni di soggetti non direttamente riconducibili a consumatori?...
Più che difendere i consumatori, sembra che molte associazioni difendano le poltrone di chi le guida, spesso da troppi anni.

sabato 6 ottobre 2018

I segni del declino e tre parole per capirne le ragioni



Questo articolo è stato pubblicato su Econopoly de IlSole24ore il 6 ottobre 2018.


L’Occidente per lunghi secoli ha dominato il mondo grazie a Ragione, Illuminismo, Rivoluzione Industriale, Libertà e Tecnologia, che si sono tradotti in una Economia superiore e nella creazione di Ricchezza; ora, tutto questo sembra arrancare, arretrare, mostrare segni evidenti di declino. 
Le cause sono generalmente indicate in fenomeni come rallentamento economico, esaurirsi della spinta a creare, innovare, mettersi in gioco, appagamento, auto-compiacimento. 
A questi ed altri fenomeni ci permettiamo di aggiungere 3 fenomeni “sociali” che, presenti in tutto l’Occidente, sono più evidenti nella vecchia Europa ed in particolare in Italia: perdita del concetto di Responsabilità; scomparsa del Sinallagma, che è la reciprocità del comportamento fra le parti, in un rapporto individuale e collettivo; il crescere a dismisura delle Aspettative, ben oltre le competenze dei cittadini e le opportunità esistenti. 
Vediamo di declinarli in dettaglio. 


Abbiamo perso il senso della Responsabilità a livello personale e collettivo; e questo è un fenomeno osservabile nella vita quotidiana: genitori, insegnanti, presidi, professionisti, manager, amministratori pubblici hanno progressivamente abdicato ai loro Doveri, allontanando il peso delle decisioni, siano esse importanti o secondarie, dalle proprie spalle, passando la “patata bollente” a qualcun altro, salvo che questo qualcun altro non si trova mai. 
Non c’è più nessuno che si senta responsabile per un atto, un’azione, un’omissione, un errore; e se non si trova un responsabile, la convivenza diventa qualcosa di indecifrabile, avendo perso i punti di riferimento cui guardare. 
Si “scarica” tutto sulla società, divenuta ad un tempo causa e soggetto di ogni nefandezza che assorbe ed ingloba, invece, le manchevolezze individuali. 
L’Io soggetto responsabile è divenuto un Io oggetto incolpevole, ignaro, inconsapevole. 
Assumersi delle responsabilità è divenuta quel “qualcosa in più” che non rientra nell’armamentario dell’individuo; la de-responsabilizzazione individuale è divenuta la normalità, ormai quasi giustificata dal nuovo “senso comune” che ha conquistato la sfera privata come quella pubblica. 


Come se questa perdita del senso del Dovere e della Responsabilità, individuale e collettiva, non fosse sufficientemente grave, è caduto un altro fondamento della convivenza civile, quello che noi abbiamo chiamato “Sinallagma”, un termine tecnico giuridico che significa “Nesso di Reciprocità”  per cui una parte assume l'obbligazione di eseguire una prestazione (di dare o di fare) in favore delle altre parti esclusivamente in quanto tali parti a loro volta assumono l'obbligazione di eseguire una prestazione a  favore dell’altra parte; questo nesso è caduto: ci sentiamo esentati, ogni giorno di più, dall’eseguire quello che ci siamo impegnati a fare, così minando la reciproca aspettativa che l’altro o gli altri (in famiglia, sul lavoro, nella vita quotidiana, nei confronti dell’autorità e delle sue norme) ragionevolmente si aspettavano. 


L’insieme della perdita dei concetti di Responsabilità e Reciprocità ha avuto un effetto negativo e deleterio sulla nostra convivenza, portandoci a considerare opera di altri, sempre e comunque, le ”cose brutte” che accadono nella nostra società; ci esimono dal fare esami di coscienza, quindi liberandoci dal prendere atto che anche noi siamo “responsabili”, “abbiamo mancato ai nostri doveri”, “non abbiamo fatto quello che avevamo promesso e per cui ci eravamo impegnati”.


Se questo quadro non fosse abbastanza cupo e denso di presagi negativi, ecco che un terzo fenomeno entra in campo, apportando il caos dove già il disordine era ormai ben alloggiato: il nostro oggi ci impone di aumentare a dismisura le Aspettative: chiedere, esigere, perseguire, pretendere sempre di più (di che cosa è poi semplice e difficile, ad un tempo, dire: si tratti di un nuovo lavoro, carriera, salute, ricchezza, un partner più attraente, un bisogno ancora non catalogato nella “piramide di Maslow”…); e queste pretese sono basate sempre più spesso su competenze assenti o comunque inferiori a quelle che pensiamo di possedere, in un gioco delle parti dove ci sentiamo tutti bravi come Cristiano Ronaldo o Federer, facendo riferimento a sport come il calcio od il tennis, senza renderci conto che non possediamo i rudimenti per aspirare a tali vette (riservate, peraltro, a pochi). 
Non abbiamo sviluppato a sufficienza competenze nei campi più diversi ed importanti, non abbiamo studiato abbastanza con impegno sudore e costanza, ma questo non ci esime dal ritenerci “predestinati”, meritevoli del successo. 
Le nostre aspettative, individuali e collettive, sono troppe elevate. Quando infine leghiamo i fili logori di de-responsabilizzazione, perdita del nesso di reciprocità, aspettative insostenibili, guardandoci allo specchio, l’immagine che vi appare non viene riconosciuta. 

Il dramma della esistenza, individuale e collettiva, del tempo presente non può che portarci a riflettere su che cosa sia importante per ritornare ad una convivenza sociale soddisfacente, ricca di stimoli, comprensiva delle debolezze e degli errori, onesta nel riconoscere i nostri limiti; dobbiamo ritornare ad essere responsabili, a tener fede agli impegni presi, a calibrare le nostre aspettative: questo è un passo fondamentale per un “ritorno alla civiltà”,  perché così come siamo montati, barbari siamo tornati.








martedì 2 ottobre 2018

Il silenzio degli industriali


Il silenzio degli industriali, di Luigi Einaudi
«Corriere della Sera», agosto 1924

Le rappresentanze degli industriali, dei commercianti e degli uomini d'affari si sono finora mantenute in un silenzio così prolungato intorno agli avvenimenti politici più recenti da far dubitare forte se esso non sia il frutto di una meditata deliberazione.
Contro lo stato di illegalismo, contro le minacce di seconda ondata, contro la soppressione della libertà di stampa hanno protestato i giornali, i collegi professionali degli avvocati, i partiti politici pure aderenti al governo attuale, come i liberali, ed alta si è sentita ieri la voce dei combattenti. Soltanto i capitani dell'Italia economica tacciono.
Gli industriali non approvano le minacce; ma, affettando di considerare gli agitati gridatori come degli innocui maniaci, insistono sulla necessità preminente di un governo forte; e ritengono che la tranquillità sociale, l'assenza degli scioperi, la ripresa intensa del lavoro, il pareggio del bilancio siano beni tangibili, effettivi, di gran lunga superiori al danno della mancanza di libertà politica, la quale, dopotutto, interessa una minoranza infima degli italiani, alle cui sorti essi scarsamente si interessano.
Non a torto corre nel mondo dei finanzieri un vago senso di malessere che induce gli speculatori ad alleggerire le posizioni, a stare ad aspettare. Lo speculatore valuta zero il passato. Quel che conta è solo l'avvenire. Si vorrebbe vedere nell'avvenire sicurezza, tranquillità, non imposte con le minacce, ma conquistate con la persuasione. Non pochi temono che l'ondata, rovesciandosi, colpisca in pieno l'industria, considerata responsabile degli eccessi peggiori del regime di coercizione. L'opinione pubblica, è inutile tacerlo, considera in blocco con sospetto gli industriali.
Per debolezza, per lasciar correre, per non aver fastidi, gli industriali italiani hanno commesso la propria rappresentanza ad alcuni pochi, i quali reputano atto supremo di saggezza comprar la pace giorno per giorno, propiziarsi con tributo adeguato i potenti della terra, ottenere per largizione ciò che avrebbero diritto di pretendere per giustizia.
Stiano attenti i mal consigliati! Se c'è qualcosa che oggi in Italia possa rendere l'animo delle moltitudini favorevole nuovamente a barbare teorie orientali, sconfessate oramai da tutti i capi responsabili del movimento operaio del mondo occidentale, questo qualcosa non è l'attrattiva del vangelo di Mosca; è la repulsione verso le prediche di violenza e di compressione.
Ben fragili sono le fondamenta di mercati finanziari che riposano su un terreno così sdrucciolevole. Non senza ragione i valori di borsa rifiutano di salire più in su.
Risaliranno, nel giorno in cui, - essendo pienamente liberi gli operai di abbandonare il lavoro sotto la guida di quei qualunque condottieri, bianchi, rossi o tricolorati, che liberamente essi si saranno scelti - gli scioperi non avranno luogo od avranno luogo in scarso numero perché industriali lungimiranti avranno saputo evitare a tempo la sciagura, con trattative accorte, con sforzi vittoriosi per concedere il massimo possibile alle maestranze, pur facendo vigoreggiare l'intrapresa.
La politica del silenzio, in momenti così drammatici, delle rappresentanze industriali, prende, agli occhi del pubblico, aspetto servile.

Luigi Einaudi