martedì 5 febbraio 2019

La riccheza abita anche qui.

Questo articolo è stato pubblicato su Econopoly de IlSole24ore il 5 febbraio 2019.  



Come ogni anno, vengono pubblicati reports e studi sulla ricchezza mondiale; la loro lettura fornisce generalmente conferme e più raramente sorprese: il Global Wealth Report 2018 di Credit Suisse https://www.credit-suisse.com/corporate/en/research/research-institute/global-wealth-report.html fotografa una rapida evoluzione della distribuzione della ricchezza individuale (attività finanziarie e non finanziarie, al netto di eventuali debiti; tutti i valori sono espressi in USD).

La fotografia è chiara: la ricchezza mondiale continua a crescere a ritmi sostenuti, in linea con la crescita degli indicatori economici (PIL); la divisione fra paesi ricchi e paesi poveri diminuisce progressivamente: con l’emergere, nei decenni passati, delle “tigri” Cina, India, Brasile e di tanti più piccoli “tigrotti” un numero impressionante di individui ha avuto accesso non solo ai benefici immediati dello sviluppo economico ma anche alla possibilità di risparmiare parte del loro reddito ed iniziare, come tante piccole formiche, ad investire in beni di investimento (sia finanziari che non finanziari, come una casa); si è creata una nuova “classe media” mondiale che oggi rappresenta 1/6 della ricchezza mondiale, ma è destinata a crescere in numero e valore; i “super ricchi” sono sempre ricchi ed il loro numero cresce (e non stupitevi: anche in Italia, che nel 2018 ha visto il battesimo di 200.000 nuovi milionari …), continuando a detenere una quota consistente della ricchezza mondiale; le donne hanno premuto sull’acceleratore divenendo sempre più attive nella creazione di ricchezza, e oggi hanno in mano il 40% della ricchezza mondiale, un fenomeno imprevedibile sino a qualche decennio fa, segno positivo della loro presenza attiva nel mondo del lavoro e della carriera professionale.

Il mondo è diventato più ricco e promette di diventare ancora più ricco ed un poco meno diseguale, con l’accesso di milioni e milioni di persone a una migliore prospettiva economica e finanziaria per sé e le proprie famiglie; possiamo allora azzardare che il loro ottimismo sarà il carburante per il progressivo miglioramento dell’istruzione dei loro figli, delle loro condizioni di vita, di una migliore fruizione del tempo libero, di un innalzamento della salute, potendo disporre di mezzi per fronteggiare eventi inattesi.

Chi avrà voglia e tempo per approfondire il tema potrà trovare in questo sintetico articolo numeri ed informazioni interessanti; essendo italiani, avremo anche modo di confrontarci con una realtà che ci rammenta che cosa eravamo e potevamo divenire (“la locomotiva del mondo occidentale” sulla scorta del nostro “miracolo economico”) e che non siamo stati in grado di assecondare: la ricchezza o la si crea o la si consuma, ed è necessario che la mano pubblica ne assecondi lo sviluppo e non affossi il tutto con una pervicace politica che penalizza l’iniziativa individuale con misure populistiche, protettive, insostenibili e demagogiche. Ma tutto questo lo sappiamo anche troppo bene.


La ricchezza mondiale …

Iniziamo con la stima della ricchezza mondiale (quasi equamente divisa fra attività finanziarie e non finanziarie), che a fine 2018 per il Report è pari a 317.084 miliardi USD, in crescita del 4,6% sul 2017; il 33,6% di questa ricchezza è posseduta da cittadini residenti in Nord America (USA e Canada), il 27,1% in Europa (incl. UK), il 16,4% in Cina, il 17,8% nell’area Asia/Pacifico (Giappone, Australia, Corea ed altri paesi), l’1,8% in India, il 2,5% in America Latina, lo 0,8% in Africa.





 
… non tutti i milionari, però, sono ugualmente ricchi allo stesso modo, e così i loro concittadini: 

se la ricchezza media per adulto residente nelle varie regioni del mondo è stimata in 63.100 USD,  il cittadino medio nord-americano è accreditato di una ricchezza media (ricordiamo, finanziaria e non finanziaria, al netto di debito) di 391.590 USD, mentre il cittadino africano ha una ricchezza di 4.138 USD, cioè 1/95esimo della ricchezza di un individuo statunitense o canadese; la ricchezza media di un europeo è stimata i 144.903 USD, quella di un cinese 47.810 USD, di un indiano 7.024 USD. La differenza fra aree geografiche ed economiche è quindi ancora molto rilevante.
Il Report stima che 3.2 miliardi di persone, il 64% degli adulti nel mondo, abbia una ricchezza inferiore a 10.000 USD; altri 1.3 miliardi di persone adulte (il 27% del totale mondiale) si situano nella fascia 10.000-100.000 USD: se la dimensione media della loro ricchezza individuale è modesta, la somma totale di tutti questi 4.5 miliardi di persone supera 1/6 della ricchezza totale mondiale, segno della crescente importanza di questo segmento di popolazione poco considerata e “fuori radar”, ma elemento significativo che indica la pervasività e consistenza dello sviluppo economico, e ad a seguire finanziario, in vaste aree del mondo, in passato neglette.






… la crescita da inizio secolo …

Dal 2000 al 2018 il numero dei milionari (quelli con una ricchezza superiore ad 1 milione USD) è triplicato ed il numero dei c.d. Ultra High Net Worth Individuals, od UHNW (i “super ricchi” con un patrimonio superiore a 50 milioni USD) è quadruplicato, sempre nello stesso periodo. Il primo scorcio del secolo è stato un periodo di crescita eccezionale, per dimensione dei patrimoni, distribuzione delle attività finanziarie e non finanziarie (e.g., immobili), distribuzione geografica di tale crescita, con paesi emergenti, in primis Cina ed India, a guidare questa crescita, per loro sicuramente “impetuosa e ruggente”. Mai come in passato questa crescita ha coinvolto strati crescenti e sempre più numerosi di persone: se fra il 2000 ed il 2007 la ricchezza mondiale è cresciuta dell’8% annuo,  la crescita è stata ben superiore per la fascia di persone che si posiziona nel range inferiore del campione (sino ad 1 milione USD), con una crescita mediana (in statistica, il valore intermedio fra gli estremi di una successione) del 14% annuo; con la crisi del 2007-2008 il trend ha rallentato, per riprendere in anni a noi più vicini.
I milionari nel mondo sono oggi oltre 42 milioni, cresciti di 2,3 milioni rispetto al 2017; 4 su 10 milionari vivono negli USA, 1,2 su 10 vive in Cina; i milionari USA sono 17.3 milioni, quelli cinesi 3,5 milioni, i giapponesi 2,8 milioni, i tedeschi 2,2 milioni, gli inglesi 2,4 milioni e gli italiani, come sopra detto, oltre 1,3 milioni.
Ci sono 2 aspetti interessanti dell’analisi che vorremmo riportare: il dettaglio per paese della crescita assoluta del numero di milionari e la dimensione della ricchezza individuale, sempre per paese.


… in quali aree del mondo è cresciuto il numero dei milionari?

Nel 2018, i “nuovi milionari” USA sono stati 878.000; Francia, Germania, UK ed Italia hanno ciascuna visto 200.000 “nuovi milionari”; quelli cinesi sono stati 186.000 e quelli giapponesi 94.000; è stato ancora il vecchio mondo occidentale a vedere la crescita numerica maggiore.




… ma quale è la ricchezza individuale, paese per paese?

Come sopra già esposto,  la ricchezza media globale di 63.100 USD è una media fra valori molto diverse, area per area geografica; i paesi con una ricchezza media individuale superiore a 100.000 USD si trovano nel continente americano settentrionale, in Europa e nei paesi più ricchi dell’Asia/Pacifico e del Medio Oriente. Svizzera (con una ricchezza media di 530.240 USD), Australia (411.060 USD) e Stati Uniti (403.970 USD) sono i paesi con la più alta ricchezza individuale, aeguiti da Belgio (313.050 USD), Norvegia (291.100 USD), Canada (288.260 USSD), Danimarca (286.710 USD), Singapore (283.260 USD), Francia (280.580 USD).
In termini di ricchezza mediana (un indice che aiuta anche a rilevare bassi livelli di ineguaglianza) l’Australia (191.450 USD) ha il primo posto sul palio, seguita da Svizzera (183.340 USD), Belgio (163.430 USD), Olanda (114.940 USD), Francia (106.830 USD), Canada (106.340 USD), Giappone (103.860 USD), Nuova Zelanda (98.610 USD), UK (97.170 USD) e Singapore (91.660 USD). Gli Stati Uniti, un paese contrassegnato da grandi fortune pluri-milionarie e miliardiarie, si trova in 18esima posizione in questa classifica, confermando la disparità fra “have” e “have not” tipica della società statunitense.
In posizione “intermedia” troviamo la Cina accanto a molti “new entrants” della UE, e paesi dell’America Latina e del Medio Oriente. A seguire, troviamo paesi con elevata popolazione come India, Brasile, Indonesia, Russia, Filippine, Turchia. La “ruota della fortuna economica” gira velocemnte, favorendo l’accesso a livelli di reddito, e tramite il risparmio a livelli di ricchezza, a stuoli sempre più vasti della loro popolazione.
I “fanalini di coda” sono paesi africani ed asiatici più recentemente affacciatisi al sistema economico mondiale.




E’ altrettanto interessante osservare i “winners” ed i “losers” nella classifica dei paesi che hanno visto crescere la ricchezza individuale.




… ma i “ricchi” hanno davvero la “parte del leone” della ricchezza mondiale?

Il 10% più ricco della popolazione mondiale possiede l’85% della ricchezza mondiale e l’1% più ricco il 47%; ma la relativa composizione, quando viene osservata per singolo paese, presenta interessanti differenze; la concentrazione della ricchezza nelle mani dell’1% della fascia più ricca della popolazione è maggiore in paesi quali Russia (oltre 55% della ricchezza è nelle mani dell’1% dei più ricchi), India e Brasile; ma è molto più contenuta in Giappone, Francia, Italia, UK e Canada, tutti paesi dove le differenze fra “ricchi” e “poveri” sono meno “crude” ed evidenti.




Sintesi e prospettive

La concentrazione della ricchezza nei quartili più ricchi della popolazione mondiale resta elemento stabile della struttura della ricchezza, ma è importante riconoscere che i quartili inferiori, quelli con ricchezza individuali più bassa ma con un numero rapidamente crescente di individui, già oggi detengono oltre 1/6 della ricchezza totale, una quota destinata a crescere in futuro sulla scorta dello sviluppo economico nelle aree del mondo più recentemente avvicinatesi al sistema economico mondiale.
Le donne stanno conquistando una fetta sempre più grande della ricchezza mondiale, ed oggi controllano il 40% della ricchezza totale; la loro crescita è legata ad una migliore istruzione ed ad accesso a migliori opportunità di carriera. In linea generale, esse sono spesso più consapevoli ed attente dei loro colleghi maschi.
La crescita economica cinese ha consentito una corrispondente crescita della ricchezza dei suoi cittadini: in meno di 20 anni la ricchezza cinese è passata da 3.700 miliardi USD a 51.874 miliardi USD, ad un tasso di crescita annuo doppio di qualsiasi altro paese, e la ricchezza media individuale è passata da 5.000 USD a 47.810 USD nel 2018. Ed i milionari cinesi saranno in costante crescita.

Secondo il Report, la ricchezza globale dovrebbe crescere del 26% nei prossimi 5 anni, raggiungendo 399.000 miliardi USD entro il 2023. I paesi in via di sviluppo apporteranno il 32% di questa crescita, raggiungendo il 21% della ricchezza globale. La ricchezza sarà largamente prodotta dai quartili inferiori e medi della popolazione ed i milionari diverranno 55 milioni ed i “grandi ricchi”, gli UHNW, potranno superare il numero di 200.000.

La ricchezza è dinamica; chi corre più veloce arriva più lontano; chi non corre abbastanza veloce retrocede nella classifica, e vivere di rendita sarà meno apprezzato del creare nuova ricchezza, per quanto piccola e diffusa essa possa essere. Una lezione semplice, per chi vorrà impararla, scritta anche in italiano corrente.



martedì 11 dicembre 2018

Globalizzazione: una dolce mela Golden o la mela avvelenata della strega di Biancaneve?


Questo articolo è stato pubblicato su Econopoly de IlSole24ore l'11.12.2018


I consumatori mondiali ringraziano per i dolci frutti della globalizzazione: ampia gamma di prodotti offerti a prezzi competitivi, spesso “stracciati” rispetto ai prezzi vigenti ante-globalizzazione; accesso a servizi una volta riservati ai ricchi, come viaggi turistici aerei verso località straniere. Settori una volta dominati da “player” nazionali e strutturati come mercati nazionali hanno assunto una dimensione ed una struttura sovra-nazionale e globalizzata. 

“The name of game” è globalizzazione. 

Ma ci sono una “buona” globalizzazione ed una “cattiva” globalizzazione?

Per i “buonisti” la globalizzazione dovrebbe rispondere ed assicurare criteri razionali e generali, quali:

(a)  Un insieme di regole condivise sulla buona produzione e sul buon commercio, tali da assicurare ai lavoratori, indipendentemente dai paesi dove lavorano e vivono, condizioni almeno equivalenti in termini di sicurezza ed accesso a servizi basilari (sanità, igiene, …); 

(b)  Un equilibrio fra chi sviluppa tecnologie e chi le utilizza; in termini macro-economici, si parlerebbe del principio di equivalenza fra ricavi marginali e costi marginali: il produttore avrà convenienza a produrre nel paese A, e non nel paese B, sino a quando i vantaggi saranno superiori agli svantaggi; superato tale rapporto, per il produttore sarà più conveniente andare a produrre nel paese B;

(c)  La globalizzazione si basa su una valutazione, e quindi decisione, dei vantaggi competitivi dei sistemi-paese: sviluppare nuove tecnologie è più efficiente ed efficace in paesi come USA od Israele, dove il fattore capitale ed il fattore intelligenza sono largamente disponibili e quindi utilizzati nel modo più adeguato; produrre in paesi asiatici dove il fattore lavoro è più economico diviene elemento discriminante per produzioni ad elevata intensità di lavoro, a minor costo comparato;

(d)  L’accesso dei consumatori ad una gamma ampia di prodotti e servizi, indipendentemente da chi li fornisce e dove questi sono forniti;

(e)  Il rispetto, in sintesi, del concetto di “level playing field”: le stesse regole valgono per tutti i giocatori.

Il consumatore italiano dovrebbe quindi essere assai felice di andare a fare la spesa e comprare il tablet o lo smartphone di ultima generazione ad un prezzo oggi molto più basso e non comparabile con il prezzo pagato 10 o 20 anni fa, e lo stesso vale per un bel giubbotto in goretex, un cappotto all’ultima moda, una paio di scarpe hi-tech; ma qualora il nostro consumatore fosse divenuto disoccupato a seguito della chiusura, per trasferimento della produzione in Asia, dello stabilimento dove lavorava cucendo il cappotto che ora viene cucito da un lavoratore asiatico, alla felicità si sostituisce repentinamente lo scoramento per la nuova condizione, e molte domande vengono a galla sulla bontà, o meno, di questa globalizzazione.

Fino a che punto i vantaggi della globalizzazione superano, a livello generale (più difficile valutare a livello individuale), gli svantaggi

Tale valutazione è oggettiva, o può risultare inficiata dalla posizione occupata lungo la piramide sociale di chi la effettua, divenendo così soggettiva?

Quello che abbiamo sotto gli occhi non è nuovo; è una situazione che già in passato si è presentata all’umanità; ci limitiamo qui ad un rapido riferimento alla storia di coltivazione, produzione, commercializzazione del cotone, mirabilmente delineata e descritta ne “L’impero del cotone” di Sven Beckert.
E restando nel settore del tessile e della moda, così cruciale per il nostro paese tanto da essere definito come il più tipico “made in Italy”, troviamo ampia materia di esame e valutazione dalla visione del recente servizio televisivo “Pulp Fashion” di “Report” su Rai3 https://www.raiplay.it/video/2018/11/Report-6d90e087-47b1-453c-af0c-4003cb119c13.html
Chi avesse la benevolenza di vedere il servizio scoprirebbe una realtà assai diversa da quella evocata dai “buonisti”; scoprirebbe infatti che nelle fabbriche cinesi che hanno sostituito le officine italiane ed europee le condizioni di lavoro, sanitarie, di sicurezza sono assai lontane dai proclami contenuti nelle brochure delle “grandi marche” che dispensano sostenibilità della produzione, rispetto per l’ambiente, lavoratori trattati coi guanti bianchi, utilizzo di materiali eco-sostenibili e sicuri per i lavoratori ed i consumatori; siamo distanti dagli standard imposti alle fabbriche italiane; ci si ritrova  scaraventati in un girone infernale che ricorda i lontani tempi dei tumulti dei Ciompi di fiorentina memoria medioevale. I grandi marchi della moda italiani, francesi, spagnoli, svedesi, statunitensi hanno delocalizzato le produzioni, ora non più “in-house” ma lasciate ad operatori terzi in paesi (opportunamente) distanti. La controprova arriva da quanto avviene alla fiera che si tiene stagionalmente a Paris le Bourget dove migliaia di espositori presentano i tessuti utilizzati per la realizzazione di capi che verranno venduti nelle maggiori piazze del mondo: su 2.000 espositori, i 2/3 sono asiatici tra cui mille cinesi e solo 2 italiani.

Che cosa resta, allora, del “made in Italy” (come del “prodotto francese”, spagnolo, svedese …) se tessuto e manifattura non vengono più dal nostro paese ma la loro filiera è tutta (o largamente) fatta all’estero? 
Il consumatore che cosa compra? Forse un “sotto il marchio nulla”. 

Scopriamo una “cattiva” globalizzazione che distrugge lavoro di qualità, od almeno a standard accettabili, in paesi avanzati e tradizionalmente produttivi e crea lavoro di bassa, spesso infima, qualità in paesi lontani, con ricadute negative, a breve termine sulle condizioni di lavoro, a medio e lungo termine sulla salute dei lavoratori e sulla qualità dell’ambiente.
Detto in altri termini, per un obiettivo di breve termine le imprese mettono a rischio la sopravvivenza e la sostenibilità a lungo termine. Col concorso, esplicito od implicito, dei governi, delle associazioni di categoria delle imprese e delle burocrazie dei paesi che perdono e dei paesi che acquistano produzioni. Un suicidio annunciato e realizzato, quello della manifattura europea ed italiana in particolare. 

Ci dobbiamo allora porre alcune domande, fra le tante che potrebbero emergere:

1)    Questa situazione è reversibile? È possibile mitigare gli effetti negativi sinora prodotti?

2)    Il “reshoring”, il ritorno in patria di lavorazioni oggi fatte in paesi lontani, è una risposta fattibile e perseguibile? Quanto sta perseguendo l’amministrazione USA è una strada ripetibile per l’Italia e l’Europa? (http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2018/11/17/se-non-reindustrializza-europa-rischia-grosso/)

3)    È stato un errore accettare la Cina nel WTO? Siamo stati mal consigliati ed indotti ad accettare nel sistema del commercio mondiale un paese che non rispetta le “regole del gioco”? il danno fatto è rimediabile? In che modo? I governanti europei ed italiani ne sono consapevoli?

4)    Quanto rilevato nel settore tessile e della moda è presente anche in altri settori? Probabilmente la risposta è “sì”: ed allora occorre agire per mettere fine al suicidio della manifattura europea ed italiana; ricordando che l’alternativa non può essere, seppure evocata da truppe cammellate gialloverdi e “gilets jaunes”, il reddito di cittadinanza europeo.