domenica 17 aprile 2016
La roba c’è; ma la nascondono gli incettatori...
«La roba c’è; ma la nascondono gli incettatori e perciò aumenti di prezzo»: ecco una affermazione che si sente ripetere comunemente a spiegazione degli alti prezzi. La spiegazione spiega pochissimo e può trascinare ad errori irreparabili.
La vista di botteghe ricolme di ogni ben di Dio, la constatazione di grosse partite di merci depositate in qualche magazzino possono facilmente indurre in errore. Se quelle grosse cifre si ripartono tra gli abitanti di una città, si vede subito che esse si risolvono in quozienti piccolissimi, quasi evanescenti per ogni abitante. Le riserve compiono una funzione essenziale nell’alimentazione e nell’approvvigionamento di un paese. Se non ci fossero riserve, saremmo ad ogni tratto in pericolo di fame. Anche in tempi normali, in cui i trasporti funzionano perfettamente, occorre che ci siano ammassi disponibili di merci, perché mentre la produzione avviene a periodi irregolari, il consumo è continuo. Prendasi il frumento, prendasi il vino. La mietitura e la vendemmia si fanno in luglio ed in ottobre, una volta sola all’anno. È necessario che ci siano granai e cantine pieni e che questi si vuotino solo a poco a poco, se si vuole che i consumatori possano mangiare e bere per tutto l’anno. L’esistenza di ammassi anche colossali di grano o di cantine ben fornite non vuol dire che ci sia abbondanza. Può anzi essere perfettamente compatibile con una grande scarsità. Per quanti giorni debbono ancora servire quegli ammassi? Per quanti uomini? Può darsi che, fatta la divisione, il quoziente risulti scarso ed occorra fare molta economia se si vuole arrivare sino alla fine dell’anno, sino al nuovo raccolto.
Quegli ammassi non possono rimanere tutti presso il produttore. Spesso, sarebbero troppo lontani dal consumatore. Il frumento occorre sia a poco a poco versato ai mugnai e di qui ai negozianti di farina e ai fornai. A mano a mano che questi ultimi vuotano da una parte i loro magazzini colla vendita del pane, occorre che entri altrettanta farina dall’altra parte. Il fornaio non può essere sicuro di servire bene, correntemente la clientela, se non ha una scorta di farina per almeno due o tre giorni, meglio per una settimana, a sua disposizione. A loro volta i magazzini di rifornimento, i negozianti di farine della città debbono avere una scorta bastevole per una settimana, per quindici giorni. Altrimenti, se i mulini si arrestassero, se ci fossero difficoltà nei trasporti, come essi potrebbero rifornire i fornai? I mulini debbono avere scorte ancor più grosse: sia perché i contadini e i proprietari spesso vogliono vendere il loro raccolto prima dell’inverno, sia perché , potendo diventare, per nevi o piogge, le strade di campagna impraticabili, i mulini dovrebbero interrompere il lavoro se non avessero bastevoli scorte disponibili.
Così è per le farine e così per il vino, per l’olio, per i formaggi, per qualunque merce non deperibile. Per i formaggi è noto come le scorte dovrebbero talvolta uguagliare il raccolto di parecchi anni. Certe qualità di formaggio diventano buone solo dopo un anno o due. Quindi è evidente che dovrebbero sempre conservarsi scorte imponenti; e queste non vorrebbero affatto dire che ci sia straordinaria abbondanza, potendosi immettere nel consumo solo la parte più vecchia delle scorte.
Talvolta, le scorte sono impossibili, come per le derrate deperibili: verdura e frutta. In tal caso occorre che i trasporti dagli orti e dai frutteti della campagna funzionino in modo rapidissimo; fa d’uopo che ogni mattina migliaia e migliaia di carri e carretti partano dalla campagna e si rechino in città, ciascuno al suo posto stabilito, ciascuno dal negoziante con cui è in rapporti di affari, se si vuole che l’alimentazione della città proceda spedita. Il meccanismo del commercio delle derrate alimentari non si improvvisa. Fu creato attraverso anni e decenni di esperienze accumulate, di rapporti ininterrotti di affari. Si è formata una categoria di persone pratiche del mestiere, le quali sanno a quanto debbano giungere gli ammassi dei grossisti, dei fabbricanti, dei dettaglianti, come essi si debbano svuotare, come si possano colmare quelli deficienti, a chi si debba ricorrere per rifornirsi. Costoro intuiscono le prospettive di abbondanza e di scarsità e vuotano o riforniscono per tempo in corrispondenza i depositi. Tutti sono mossi dal desiderio del guadagno, è vero, ma intanto agiscono assai più efficacemente e più rapidamente di quanto abbia fatto il governo durante la guerra con i suoi censimenti, lenti e sbagliati, con le sue requisizioni, con i suoi ammassi in locali disadatti, con la sua roba andata a male.
Ad ogni modo, è bene ripetere che la frase: «la roba c’è» non ha alcun valore per concluderne che c’è abbondanza. Le scorte, anche se a prima vista paiono amplissime, possono essere appena in grado di salvare il paese dalla fame. Affrettarne il consumo, disperderne prima del tempo anche una piccola parte può essere un delitto che si sconterà domani con la carestia vera, irreparabile.
La domanda essenziale a cui bisogna rispondere è questa: le scorte sono oggi così larghe che si possa ritornare alla larghezza di consumi che si aveva prima della guerra?
Mancano i dati per poter rispondere alla domanda. Il governo, il quale ha una organizzazione statistica, dovrebbe decidersi a pubblicare i dati che sono a sua disposizione: arrivi giornalieri nei porti, giacenze, inoltri ferroviari, giacenze nei magazzini generali delle città. Gioverebbero assai per illuminare l’opinione pubblica.
Fu comunicato or ora che il governo possedeva scorte di tessuti di cotone per 15 milioni di metri e di scarpe per 700 mila paia. Le cifre parvero a taluno enormi e si gridò : perché il governo teneva nascosto tutto questo po’ po’ di roba? Ma, se si analizzano le cifre, si vede subito che trattasi di scorte modestissime. A 35 milioni di abitanti, i 15 milioni di metri di stoffa danno 43 centimetri a testa; e le 700 mila paia corrispondono ad un cinquantesimo di paio di scarpe per abitante. Nulla che possa legittimare un consumo men che prudente e parsimonioso.
Qualche altro indizio, in mancanza di dati precisi, consiglia la medesima prudenza. L’on. Murialdi ha affermato che si corre pericolo di non aver latte nel prossimo ottobre perché i casari hanno maggiore convenienza a produrre burro e formaggio. Ciononostante, non si nota davvero nell’abbondanza né del burro né del formaggio. La verità è che le vacche da latte sono diminuite di numero, per la distruzione che se ne è fatta senza criterio durante i primi anni di guerra; e la presente siccità ha aggravato singolarmente la situazione. Oggi, non avendo erba a sufficienza, si ammazzano vitelli troppo giovani e, per mancanza di latte, non si ingrassano a dovere. Per il momento, la carne non fa difetto e può essere venduta a prezzi tollerabili. I nuovi prezzi di calmiere, anche ribassati, non sono disformi dai prezzi della carne viva. Ma tra qualche tempo, fra un anno, se la siccità non si ripeterà nella primavera del 1920, è probabile che la carne viva giunga di nuovo a prezzi fantastici. Le scorte di bestiame sono assai ridotte e per ricostituirle saranno necessari parecchi anni. Taluni pratici dicono persino cinque o sei. Fino a quel momento, il consumo della carne dovrà rimanere ridotto, sul piede di guerra, se vorremo ricostituire il nostro capitale bestiame.
Qualche dato approssimativo sulla entità delle scorte mondiali si può desumere dalle statistiche dei cereali pubblicate dall’Istituto internazionale di agricoltura a Roma. Risulta dall’ultimo bollettino di giugno che al 10 maggio 1919 esisteva nel Canada una scorta di 10,8 e negli Stati uniti di 12,1 milioni di quintali di frumento, oltre ad 1,5 milioni di quintali di granoturco in ambedue i paesi presi insieme. Sembrano cifre rilevanti, espresse così in milioni di quintali. Ma a quale fabbisogno debbono far fronte? Innanzi tutto al consumo interno del nord America; che, grosso modo, potremmo supporre compensato dalle importazioni che l’Europa potrà ottenere dall’India, Argentina ed Australia. Anche supponendo tuttavia che tutti quei 23 milioni circa di quintali di frumento siano disponibili per l’Europa, bisogna riflettere che nei quattro mesi dal maggio all’agosto – e prima della fine d’agosto è difficile che il nuovo raccolto giunga ai consumatori sotto forma di pane e di paste alimentari – l’Inghilterra usa importare da 14 a 25 milioni di quintali, la Francia da 5 a 7, l’Italia da 6 a 7, la Spagna da 0,3 a 1,2, la Svezia circa mezzo milione, la Svizzera da 0,4 a 1,5 milioni di quintali. Ed ora, tolto il blocco, Germania e paesi ex austriaci faranno anche sentire la loro domanda. Le scorte non sono dunque eccezionalmente abbondanti. Tutt’altro. Occorre fare in modo da razionarne il consumo con grande avvedutezza e con grande spirito di sacrificio, se non si vuole ridursi negli ultimi mesi a razioni di fame.""
(Luigi Einaudi, La lotta contro il caro viveri, «Corriere della Sera», giugno - luglio 1919, in Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925))
Gli uomini sono abitudinari; non amano le variazioni improvvise. Erano abituati a pagare le uova..
"" Per molti, l’idea del giusto prezzo si connette con la consuetudine. Gli uomini sono abitudinari; non amano le variazioni improvvise. Erano abituati a pagare le uova in media, tra la state ed il verno, 2 lire la dozzina e si inquietano vedendo le uova andare su e giù. Costoro avrebbero anche, probabilmente, considerato ingiusto pagarle solo 50 centesimi; e reputano ingiustissimo pagarle oggi 5 o 6 o 7 lire. Circostanza interessante, gli economisti partecipano a questa aspirazione degli uomini. Anch’essi ritengono desiderabile che i prezzi in generale – non i singoli prezzi, che è cosa impossibile – subiscano poche variazioni. Essi aggiungono però – ma il popolo ed i prefetti ed i sindaci quasi sempre se ne dimenticano – che per ottenere il desiderabile risultato sarebbe necessario possedere una moneta la quale avesse una potenza d’acquisto costante. Da tempo gli economisti vanno alla cerca di questa moneta; né si può dire che i loro studi siano rimasti infruttuosi, sebbene per ora immaturi all’applicazione.
Oggi, però, non esiste in Italia, né altrove, una moneta avente una capacità di acquisto costante. Quando gli uomini parlano di 2 lire come di un prezzo «giusto» per la dozzina d’uova, intendono riferirsi alla unità monetaria lira, quale s’usava un tempo e con la quale sempre s’era usato comprare le dozzine d’uova. Ma la lira d’oggi è una cosa ben diversa dalla lira di prima della guerra. Da una interessante relazione dell’on. Alessio alla Giunta generale del bilancio ricavasi che le lire, ossia i pezzi di carta circolanti con questo nome, erano 3 miliardi e 593 milioni al 31 dicembre 1914 ed erano salite a 12 miliardi e 274 milioni al 31 dicembre 1918. Probabilmente ora abbiamo superato i 13 miliardi. Come è possibile che la lira, di cui ci sono ora 13 miliardi di unità, sia la stessa cosa della lira di cui ce n’erano solo 3 miliardi e 593 milioni di unità? Essa è una cosa tutt’affatto diversa. Essa è deprezzata, precisamente come lo sarebbero tutte le merci di cui si producesse una quantità strabocchevolmente più grande di prima. Non è evidente perciò che l’idea che il prezzo «giusto» delle uova sia di 2 lire la dozzina, è un’idea ragionevole finché le unità di moneta con cui le uova si cambiano rimangono suppergiù di 3 miliardi e 593 milioni – centinaia di milioni più o meno non monta -; ma diventa un’idea priva di senso quando, non essendo cresciute nel frattempo né galline né uova, le unità di moneta quasi si quadruplicano, diventando 13 miliardi? La lira, sia di carta o d’oro, non ha nessun valore fisso, immutabile. Come tutte le altre merci, vale più o meno a seconda che essa è meno o più abbondante. L’arte di governo sta nel farne variare lentamente e con accortezza la massa circolante. Questo vogliono, questo sempre predicarono – al deserto – gli economisti. Invece le lire sono divenute moltissime; e col loro moltiplicarsi tutte le idee degli uomini intorno al «giusto» prezzo delle cose devono forzatamente cambiare.""
(Luigi Einaudi, La lotta contro il caro viveri, «Corriere della Sera», giugno - luglio 1919, in Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925))
Il governo deve far correre i treni sulle rotaie, deve far funzionare i porti.
"" Il governo deve far correre i treni sulle rotaie, deve far funzionare i porti. Deve anche far funzionare i mercati dove si vendono uova, pollame, verdura, frutta. Più che il governo, devono di questa faccenda occuparsi i municipi. Il mercato non deve essere considerato solo come un luogo, coperto o no, dove un certo numero di venditori ha un posto fisso e la facoltà di vendere, e dove si aggirano guardie di città per impedire le risse e per elevare contravvenzioni contro la verdura guasta. Il mercato è qualche cosa di più. È un luogo pubblico dove il diritto di vendere è prezioso e quindi può essere regolato dal municipio a seconda di norme che esso deve far osservare.
Quali sono queste norme da osservarsi per fare in modo che il mercato sia il luogo dove si incontrano produttori e consumatori, attraverso il numero minimo di intermediari? Bisogna rispettare la libertà di chi contratta: è la condizione essenziale affinché le derrate si producano e arrivino abbondanti dalle campagne. Bisogna fare a meno di calmieri irrazionali che mettono in fuga i contadini ed esacerbano la carestia. Ma non c’è nessun male che il municipio nei mercati suoi imponga disciplina per la vendita. Non c’è nessun male, anzi, c’è molto bene, se l’assessore all’annona invigili di persona e faccia vigilare meglio da esperti municipali che le contrattazioni avvengano da rivenditore a consumatore espellendo i bagarini, impedendo il moltiplicarsi delle ruote inutili. È un lavoro questo che riesce solo se eseguito con costanza, con abilità, con pertinacia. Non bisogna stancarsi, non bisogna interrompere mai l’opera incominciata. I bagarini, gli intermediari inutili, piantino la loro sede altrove. Nei mercati pubblici norme severe e severamente eseguite devono attrarre il pubblico, assicurandolo che esso si trova di fronte a negozianti genuini, seri, che comprano direttamente dai produttori, che si contentano di una modica percentuale, che guadagnano col largo smercio.
Creare mercati di questo genere non è impresa impossibile. Occorrono energia, buona volontà e perseveranza. Osiamo dire che l’opera dell’autorità dovrebbe essere aiutata sovratutto dalla classe intermediaria medesima, la quale deve persuadersi che essa può prosperare durevolmente solo se è capace di organizzarsi in guisa da rendere servizio ai consumatori al minimo costo possibile.""
(Luigi Einaudi, La lotta contro il caro viveri, «Corriere della Sera», giugno - luglio 1919, in Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925))
Le leggi diluviavano; i delitti numerati; le procedure studiate a liberare i giudici...
“” La forza legale non proteggeva in alcun modo l’uomo
tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far paura altrui. Non già
che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi
diluviavano; i delitti erano numerati, e particolareggiati, con minuta prolissità;
le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi caso per
caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori; le procedure,
studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli d’impedimento
a proferire una condanna: gli squarci che abbiam riportati delle gride contro i
bravi, ne sono un piccolo, ma fedel saggio. Con tutto ciò, anzi in gran parte a
cagion di ciò, quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo,
non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza de’ loro
autori; o, se producevan qualche effetto immediato, era principalmente d’aggiunger
molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano da’
perturbatori, e d’accrescer le violenze e l’astuzia di questi. L’impunità era
organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano
smuovere. Tali erano gli asili, tali i privilegi d’alcune classi, in parte
riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o
impugnati con varie pretese, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi,
con attività d’interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest’impunità minacciata
e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi
sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. Così accadeva in effetti; e, all’apparire
delle gride dirette a comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza
reale i nuovi mezzi più opportuni, per continuare a far ciò che le gride
venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo, e molestare l’uomo
bonario, che fosse senza forza propria e senza protezione; perché, col fine d’aver
sotto la mano ogni uomo, per prevenire o per punire ogni delitto,
assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario d’esecutori d’ogni
genere. (…) Di quegli stessi ch’eran
deputati a farle eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla parte
privilegiata, alcuni ne dipendevano per clientela; gli uni e gli altri, avevano
abbracciate le massime, e si sarebbero ben guardati dall’offenderle, per amor d’un
pezzo di carta attaccata sulle
cantonate. Gli uomini poi incaricati dell’esecuzione immediata, quando
fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti a
sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne alla fine,
inferiori com’eran di numero a quelli che si trattava di sottomettere, e con
una gran probabilità d’essere abbandonati da chi, in astratto e, per così dire,
in teoria, imponeva loro di operare. Ma, oltre di ciò, costoro eran
generalmente de’ più abbienti e ribaldi soggetti del loro tempo; l’incarico
loro era tenuto a vile anche da quelli che potevano averne terrore, e il loro
titolo era improperio.”” (A. Manzoni, I Promessi Sposi, Cap. I)
venerdì 15 aprile 2016
Ma che cosa fanno e come sono composti i Consigli di Amministrazione?
Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio su AdviseOnlyBlog in data 15.4.2016.
Si avvicina la stagione delle assemblee e del rinnovo di molti consigli di
amministrazione: ma che cosa fanno, come sono composti, da chi sono eletti i
CdA? E vista la crescente pressione mediatica sulle banche, i CdA degli
istituti bancari hanno svolto bene il loro compito?
Partiamo dalla analisi dei dati (fonti: Sodali, Assonime, Financial Times);
i CdA delle società quotate europee sono composti in media da 11 membri, quelli
delle società italiane da 14, come in Germania, contro i 10 delle società UK,
svedesi e danesi ed i 9 di quelle svizzere. I consiglieri indipendenti (i
membri che non hanno rapporti privilegiati o d’affari con gli azionisti) in
Europa sono il 34% dei membri (e.g., Germania), in Italia sono il 42%, in Svizzera
il 58%, in UK il 62%. L’età media dei
CdA italiani è di 58,9 anni contro i 57,5 in UK ed un minimo di 55,3 in
Norvegia; per contro l’esperienza internazionale dei consiglieri italiani è
modesta (7,7%) se confrontata con la Norvegia (29,6%) e gli UK (32,1%). In prima approssimazione, la composizione dei
CdA, quella che ormai si definisce “corporate governance”, delle società
quotate italiane non è molto diversa da quella della media europea; quando
andiamo ad esaminare la composizione dei CdA delle banche abbiamo alcune
differenze (non sorprendenti, invero, tenuto conto dei variegati interessi che
sono rappresentati da azionisti come le fondazioni, espressione di poteri
locali più o meno pervasivi): i CdA di banche e società finanziarie hanno
infatti una composizione media di 14 membri, 4 in più di quelle non finanziarie
(che hanno una media leggermente inferiore alle 10 unità).
Le medie sono come il famoso “mezzo pollo di Trilussa”: fra le banche
principali, il Banco Popolare ha 24 membri, Biper 18, IntesaSanPaolo 28
(sistema duale), UBI 32 (duale).
Molti, e molto ben pagati: secondo un studio del 2015 di Governance
Consulting, il compenso medio dei consiglieri delle banche quotate (incluso il
capo azienda, CEO o AD) è di 850.000 euro annui.
Una cifra “esorbitante” laddove si consideri che la gestione aziendale
(delle banche, come di tutte le società quotate) è affidata all’amministratore
delegato/CEO ed al comitato esecutivo, che comprende solo alcuni dei
consiglieri di amministrazione, e che quindi i compiti degli altri consiglieri,
seppure ampi, hanno un ben minore grado di responsabilità e non coinvolgono
attività di gestione, loro preclusa. (In breve sintesi, ricordiamo che la legge
societaria italiana richiede alla società quotate la creazione di una pluralità
di comitati all’interno del CdA quali i comitati nomine, remunerazione,
controllo e rischi, operazioni con parti correlate -- che sono gli azionisti --,
supervisione della sostenibilità, cui partecipano i consiglieri con una
prevalenza di quelli indipendenti).
Come noto, le banche italiane sono quelle che hanno avuto i risultati
peggiori nel “assessment test” del 2014, che ha portato alla richiesta di
interventi sul capitale di alcune di esse (fra cui MPS e Carige), evidenziando
che i crediti deteriorati ed in sofferenza erano complessivamente pari a 360
miliardi di euro, quasi il 20% de crediti bancari dell’intero sistema italiano,
ed 1/5 del PIL nazionale. Una “Caporetto” epocale.
Tale situazione di sostanziale “difficoltà strutturale” è anche il
risultato di una “corporate governance” che se in alcuni casi ha purtroppo favorito
alcuni soggetti a discapito dei buoni “prenditori”, ha comunque generalmente privilegiato
la distribuzione a pioggia di posti di prestigio a notabili di varia fatta e
peso, in una perpetuazione nel tempo delle cariche, sganciate da una effettiva
conoscenza e professionalità nel campo del credito, della valutazione dei
rischi, della comprensione delle dinamiche economiche e finanziarie. “Volemose
bene e dividiamo la bella fetta di compensi”, il tutto declinato in dialetti
variegati dal veneto al ligure al milanese all’aretino.
La crescente presenza di azionisti istituzionali ed internazionali (come
nel caso di IntesaSanPaolo dove gli azionisti esteri sono oggi al 65% contro il
40% di 2 anni fa) dovrebbe infrangere la “foresta incantata” dei CdA bancari,
chiedendo ed apportando una crescente presenza di competenze professionali ed
internazionali: ma i tempi non saranno brevi. Accingiamoci ad assistere ad uno
spettacolo con colpi di scena di gran effetto.
martedì 12 aprile 2016
Atlante: chi era costui?
Diventando "anzianotto" il mio cervello corre veloce (come le, e più delle, gambe: stamane 40 min di jogging) e non capisce perchè governo e dintorni debbano andare a sbattere violentemente contro il muro, detto anche mercato, con questa "roba" che han chiamato "Atlante".
Essi sono in preda al panico, evidente; diversamente non avrebbero immaginato sponsorizzato blandito, insomma: imposto, uno schema ove:
(1) Atlante si fa carico dell'inoptato degli aumenti di capitale (aumcap) di B.Pop.VI e Veneto Banca; ma che ci sta a fare Unicredit, che ha prima assicurato il buon esito dell'aumcap di B.Pop.VI e poi, dinanzi all'evidenza che così non sarebbe stato e terrorizzata di dover sottoscrivere a fermo con garanzia l'inoptato, è corsa in via Nazionale e palazzo Chigi a chiedere "aiuto!"; tralascio commenti ameni e meno ameni....;
(2) Atlante acquista i NPL/crediti in sofferenza delle banche (non tutte, eh! solo quelle che vorrà, non si sa sulla base di quali regole criteri amorevoli suggerimenti di palazzo Koch e dell'ABI, si presume...) al valore attualmente a bilancio delle banche "sovvenute" (diciamo, intorno al 50%-60% del valore nominale, avendo in media il sistema bancario italiano svalutato il 43% del valore nominale dei crediti in sofferenza et similia), quando:
(2)(a) analoga operazione fatta da Fonspa/Credito Fondiario aveva valutato i NPL il 17,5% (numero magico, come vedremo anche infra...);
(2)(b) le "4 banche salvate" (Etruria, BancaMarche, CariFerrara, CariChieti) hanno "venduto" i NPL ad un "pool" di banche ad un valore pari al 17,5% del valore nominale; ed in caso di realizzo superiore al 17,5%, inutile chiedersi a chi andrà il "maggior incasso": alle banche che così benignamente hanno finanziato, in equity e debito, il "pool" sopra-detto;
(e come riferimento, Plus 2.4.2016 pg 25)
(2)(c) Apollo ha indicato nel 17,5% (ve l'avevo anticipato che il numero è quello magico, suvvia!) la percentuale alla quale è disposta a comprare i NPL di Carige;
tutto ciò premesso, come cittadino italiano trovo "agghiaccianti!" questi signori (sic!): governo, MEF, Bankitalia, ABI, banche che prima ci stanno e poi si defilano, banche che prima si defilano e poi ci stanno, insomma, tutti insieme a "facimme ammuina!".
Dateci la Troika, vi prego, dateci la Troika!
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