martedì 29 dicembre 2015

Tempo di tasse nel Golfo Persico.



Tempo di tasse nel Golfo Persico. Grazie ai flussi finanziari derivanti dall’estrazione e vendita di petrolio, sinora i ricchi paesi del Golfo Persico hanno graziosamente esentato i loro residenti dal pagare tasse su redditi, ricchezza, proprietà immobiliari, sui consumi (IVA/VAT); secondo il Fondo Monetario Internazionale (IMF), questa piacevole situazione si è interrotta al calare sotto i 100 US$ il barile del petrolio; con un barile a 40 US$, l’IMF stima che i 6 principali paesi estrattori di petrolio (fra cui Arabia saudita, Kuwait, Qatar, UAE) avranno i deficit pari al 13% del loro PIL, qualcosa come 275 miliardi US$. 
Per correre ai ripari, gli UAE stanno studiando l’introduzione di una VAT sui consumi, e l’Arabia Saudita ha già introdotto una tassa del 2,5% sulle proprietà immobiliari non sviluppate (“undeveloped real estate”).



lunedì 28 dicembre 2015

Chi rompe, paga nel mondo delle banche internazionali; quelle italiane, no.



Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio su AdviseOnlyBlog il 28.12.2015


Secondo calcoli (parziali) le grandi banche internazionali (circa una dozzina, da JPMorganChase a Bank of America, Wells Fargo, Morgan Stanley, Barclays, UBS, Credit Suisse, HSBC, BNPParibas, RBS ed altre) hanno pagato multe di oltre 166,6 miliardi di dollari nel periodo 2009-2013 (fonte: CCP Research Foundation) per “chiudere” cause che coprivano reati come riciclaggio di denaro, evasione fiscale dei clienti statunitensi e manipolazione dei mercati (tassi LIBOR, oro e valute); una cifra che si confronta con i 700 miliardi di utili dell’intero sistema bancario USA nello periodo 2007-2014, secondo il Federal Deposit Insurance Corp. Nel 2014 si sono aggiunte multe per oltre 31 miliardi. I pagamenti delle multe vanno direttamente nelle casse dello stato USA (per la maggior parte). 
La regola è semplice ed applicata: “chi rompe, paga”; ed a pagare sono le banche, i suoi amministratori, ed ad incassare sono le autorità; a queste multe, si aggiungono i costi derivanti dalle risoluzione delle cause avanzate dai singoli clienti, quando ritengono di essere stati “raggirati” (spesso, attraverso “class action”).

Le banche che hanno messo “mano al portafoglio” includono Bank of America, che ha pagato 58 miliardi, JPMorganChase (31,3 miliardi, di cui 13 miliardi per “miscondut” nella gestione di prodotti strutturati sui mutui ipotecari), Citigroup (12,8 miliardi, di cui 7 miliardi sempre per prodotti strutturati sui mutui ipotecari), Wells Fargo (9,7 miliardi). 70 CEO e decine altri “top manager” sono stati indagati dalla SEC (l’autorità di controllo dei mercati, che opera in modo assai più “pregnante” dell’equivalente italiano Consob), perseguiti e condannati a pene pecuniarie (la SEC ha indicato la cifra di 3,6 miliardi) ed a misure di restrizione personale, incluso il carcere in alcuni casi.

Nel caso specifico della detenzione illegale di denaro all’estero o nella sua mancata dichiarazione alle autorità, in USA è prevista una “multa” che varia dal 27,5% al 50% della somma non dichiarata (una misura multipla di quella applicata nei numerosi e ripetuti “condoni” italici); le banche che in passato hanno consentito pratiche illegali, con tali previsioni di multe (per sé e per i clienti) si sono rapidamente attivate per riportare a normalità le numerose anomalie: ad esempio, nel corso del 2015 sinora 64 banche svizzere hanno acconsentito a pagare 742 milioni  di “penalty” concordate con le autorità USA per violazioni di legge fiscali sui conti di cittadini statunitensi.


In tutti i casi, nell’accettare il pagamento delle multe è prassi che le banche optino per una parziale ammissione delle loro responsabilità (una sorta di “conscience washing”) addivenendo ad un “onorevole compromesso” con le autorità USA, salvando così reputazione e licenza bancaria.


La realtà è diversa nel BelPaese, dove le banche non sono state sinora chiamate a render conto di situazioni “mal gestite” e contrarie alle leggi, agli usi, alle “buone maniere”; e lo stesso è accaduto con gli amministratori delle banche, nella grande maggioranza dei casi. Casi recenti (ma di lunga prassi) balzati agli onori della cronaca ne sono specchio impietoso.


I lettori potranno fare confronti, sempre impari, fra i grandi “player” internazionali ed i modesti comprimari italiani e fra le norme (per quanto imperfette, ma almeno là le si applica con adeguato rigore) degli USA e le norme distrattamente dimenticate e bistrattate nei rapporti tardivi e lacunosi di improvvisati ispettori delle autorità di (modesto e forse strabico) controllo.




Un 2015 da record nell’M&A.




Un anno da incorniciare per le operazioni societarie, nel mondo: a fine novembre sono oltre 7.500 operazioni per un valore stimato di 4.500 miliardi US$, +8% in volume e +37% in valore rispetto al 2014. Le operazione nel Nord America valgono oltre la metà dei valori delle operazioni, mentre quelle in Asia fanno segnare un +60% rispetto allo stesso periodo del 2014. 
Il mercato è stato segnato dai “mega-deals”, quelli con un valore superiore a 10 miliardi US$, cresciute di quasi il 130% rispetto all’anno precedente; le operazioni comprese fra 5 e 10 miliardi sono cresciute del 24%; quelle di valore inferiore del 10%. 
Storicamente, l’”effetto-annuncio” non ha un impatto significativo sull’effettivo valore finale della transazione; inoltre, sempre storicamente le variazioni di prezzo verificatesi nei giorni successivi all’annunciata operazione non trovano una correlazione con l’”excess value” (o maggior valore) per gli azionisti verificato nei 2 anni successivi all’operazione (quando le sinergie derivanti dalle operazioni dovrebbero essere state “catturate”). 
In passato, le grandi operazioni M&A erano viste come un mezzo per ridurre i costi e consolidare i rispettivi mercati; in tempi più recenti, sono percepite tendenza alla diversificazione e ricerca di maggiori livelli di fatturato attraverso “cross-selling” e nuove opportunità nel frattempo manifestatesi. 
Ma disciplina, professionalità, competenze giocano un ruolo sempre più significativo nel successo di operazioni M&A.

domenica 27 dicembre 2015

L'uomo romano: l'artigiano.



“” Nell’antichità romana il reperimento di manodopera qualificata rappresenta un problema costante. (…) la manodopera specializzata scarseggiava anche in molti mestieri più semplici. Di norma, l’apprendistato di un artigiano avveniva con lentezza, sotto la guida di un maestro. Ma quando, al momento delle grandi conquiste della fine della Repubblica, cominciarono ad affluire a Roma enormi masse di schiavi senza alcuna qualifica, o utilizzati per compiti diversi da quelli in cui erano esperti, mentre i laboratori medi e grandi si moltiplicavano e il contatto tra maestro e apprendista si allentava o addirittura veniva a perdersi, allora era inevitabile che si presentasse il problema della formazione della manodopera. (…) (Vari) fattori, negli ultimi anni della Repubblica e poi sotto l’Impero, conducono a una parcellizzazione degli incarichi che ha pochi equivalenti nella storia mondiale del lavoro. Conosciamo non meno di 160 diversi mestieri esistenti nella Roma antica, menzionati da testi o iscrizioni (225 se si considera l’insieme dell’Occidente romano); li possiamo paragonare con le corrispondenti cifre di 101 e di 99 diversi mestieri, relative a quegli importanti centri dell’artigianato che furono la Parigi del XIII secolo e la Firenze del XV. (…). 
Economizzare manodopera grazie alle macchine non è nello spirito dei tempi (…). Tocchiamo qui uno dei vari aspetti del rifiuto del progresso tecnico di cui è stata accusata l’antichità classica (…). Certamente vi è la tendenza, specialmente da parte dello stato, a favorire il pieno impiego, anzi il superimpiego, a spese degli investimenti e della redditività. Quando un inventore presentò a Vespasiano una macchina che avrebbe permesso di issare con poca spesa le colonne sul Campidoglio, l’imperatore lo ricompensò abbondantemente, ma rifiutò la sua offerta sostenendo che “”dovevano lasciarlo sfamare il popolo minuto”” (sineret se plebiculam pascere). (…). 
E’ incontestabile che l’agricoltura era nell’antichità la sola attività economica davvero fondamentale: a essa si doveva la sussistenza degli uomini, che è poi quello che conta. E’ altrettanto vero che gli artigiani lavoravano in buona parte per l’agricoltura, alla quale fornivano utensili, attrezzature, contenitori di ogni genere ed edifici, e di cui trasformavano i prodotti. E’ vero infine che gli artigiani rappresentavano una piccola minoranza dell’intera popolazione: dalle informazioni contenute in un papiro riguardante un borgo dell’Egitto romano, possiamo desumere che gli artigiani vi costituivano il 9,5% dei lavoratori, contro il 68% degli addetti all’agricoltura. (…). 
Interrogarsi sul livello di vita dell’artigiano significa necessariamente paragonare i suoi introiti con il costo delle derrate principali. Siamo molto male attrezzati a questo scopo, perché l’antichità ci ha lasciato pochissimi dati quantitativi. A Pompei, dove per una famiglia media il costo del pane quotidiano oscilla fra i quattro e gli otto assi, un secchio di bronzo si vende a nove assi, mentre modesti oggetti di terracotta (una lucerna, un piatto, o un vaso per cuocere la zuppa) si vendono a un solo asse ciascuno. Se si tiene conto dei costi di produzione, i guadagni dell’artigiano sono decisamente modesti in rapporto al prezzo di acquisto del necessario. (…) Sotto Diocleziano una tunica di lino della migliore qualità costa 10.000 denari, mentre il più qualificato fra i tessitori è pagato, vitto a parte, 40 denari per un giorno di lavoro effettivo (…). Un operaio di una fabbrica di laterizi, sempre vitto a parte, viene pagato due denari ogni quattro mattoni prodotti, che saranno venduti a circa venticinque denari. Il meno caro dei mantelli di lana grezza costa circa 33 salari giornalieri di un tessitore di questa medesima lana, e una dalmatica di seta può costare sino a una ventina d’anni di salario di un tessitore di quella stoffa. Si vedono dunque i considerevoli guadagni che il datore di lavoro può ricavare dall’attività manifatturiera, ma anche quanto sia debole il potere di acquisto degli operai. (…) 
Dai Romani non ci si può certo aspettare che tessano lodi della condizione artigianale o che invidino il destino degli artigiani. (…). Relegati tra i parenti poveri della società, gli artigiani reagiscono a volte riaffermando il loro status ed i loro meriti, a volte con inibizione e riservatezza. “”



L’uomo romano, L’artigiano, pagg. 247-257. 1989.

L'uomo romano: il contadino.



Nel II secolo a.C. si verificarono cambiamenti fondamentali nelle condizione della classe contadina, in conseguenza delle grandi conquiste mediterranee. Il processo portò infatti a una fondamentale “modernizzazione” delle strutture sociali ed economiche: Roma cominciò ad assomigliare ai paesi ellenistici più sviluppati. (…) 
Quali furono le cause di questa crisi? (…) 
Anzitutto il servizio militare, che allontanava i contadini dai campi e li teneva a lungo fuori dei confini dell’Italia. Se il pater familias restava per molti anni lontano, la sua azienda finiva fatalmente per decadere per mancanza di controllo e per carenza di manodopera. Inoltre, quando tornava, era ormai disabituato al duro lavoro dei campi. (…). 
Era anche possibile sopravvivere (a Roma) usufruendo di distribuzioni di cereali a basso prezzo o (successivamente) gratuite, facendosi mantenere dai patroni. Scrive Sallustio: “”I giovani che prima avevano tollerato la povertà guadagnandosi di che vivere con il lavoro delle loro braccia, allettati dalle distribuzioni pubbliche e private, preferivano l’ozio in città a un lavoro ingrato”” (La congiura di Catilina, 37, 6). Ma Roma attraeva anche con il suo stile di vita: “”I contadini hanno abbandonato la falce e l’aratro e preferiscono usare le mani per applaudire al teatro o al circo piuttosto che per mietere o vendemmiare”” (Varrone, L’agricoltura, 2, pref. 4). 
Un’altra causa era la concorrenza della grande proprietà terriera, concentrata nelle mani dei senatori, dei cavalieri e delle aristocrazie locali. (…). 
L’esodo massiccio dei contadini verso le città ebbe conseguenze molto gravi per la Repubblica romana anche sotto il profilo militare: il reclutamento divenne infatti sempre più difficile.””.

L’uomo romano, Il contadino, pagg. 224-225. 1989.