domenica 8 maggio 2016

Una Terra di Nessuno, esposta agli attacchi.



“” La filosofia (…) è qualcosa di mezzo fra la teologia e la scienza. Come la teologia, si fonda su speculazioni che non hanno finora portato a conoscenze definite; come la scienza, si appella alla ragione umana piuttosto che all’autorità, sia quella della tradizione che quella della rivelazione; tutte le nozioni definite, direi, appartengono alla scienza; tutto il dogma, cioè quanto supera le nozioni definite, appartiene alla teologia. Ma tra la teologia e la scienza esiste una Terra di Nessuno, esposta agli attacchi di entrambe le parti; questa Terra di Nessuno è la filosofia. Quasi tutte le questioni di maggiore interesse per le menti speculative sono tali che la scienza non può rispondervi, e le fiduciose risposte dei teologi non sembrano più tanto convincenti come nei secoli precedenti. 
Il mondo è diviso in spirito e materia, e, se lo è, che cos’è lo spirito e che cos’è la materia? Lo spirito è soggetto alla materia o è investito di poteri indipendenti? L’universo ha un’unità di scopi? Sta evolvendo verso qualche méta? Vi sono realmente leggi di natura, o noi crediamo in esse soltanto per il nostro innato amore dell’ordine? L’uomo è ciò che appare all’astronomo, una minuscola massa di carbone impuro e di acqua, che striscia impotente su un piccolo ed insignificante pianeta? Oppure è ciò che appare ad Amleto? Forse entrambe le cose insieme? Esiste un modo di vivere nobile ed un altro abbietto, o tutti i modi di vivere sono semplicemente futili? Se esiste un modo di vivere nobile, in che cosa consiste e come possiamo raggiungerlo? Il bene deve essere eterno per meritare che gli si dia un valore o vale la pena di cercarlo anche se l’universo cammina inesorabilmente verso la morte? Esiste qualcosa come la saggezza, o quella che sembra tale è soltanto lo stadio perfetto della follia? A tali domande non si può trovare nessuna risposta in laboratorio. Le teologie hanno preteso di dare delle risposte, tutte troppo definite, e la loro stessa definizione fa sì che le menti moderne guardino ad esse con sospetto. Lo studio di questi problemi, se non la loro soluzione, è compito della filosofia.””

Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale.

venerdì 6 maggio 2016

La pagliuzza nell’occhio italico, la trave in quello teutonico.



Un estratto di questo articolo è apparso su Il Fatto Quotidiano, nello spazio dedicato al blog di ItaliAperta/SpazioEconomia, in data    6.5.2016.


Il tema del giorno è il “tetto” all’ammontare di debito sovrano (titoli di stato) che le banche europee possono detenere; il “rischio” ventilato dai “soliti noti” (quelli che siedono a Berlino e parlano solo tedesco) è che i titoli di stato di alcuni paesi (PIIGS) siano più rischiosi di altri, e che il loro possesso da parte delle banche debba essere limitato, o – meglio ancora ad avviso dei “soliti noti” – sostanzialmente e rapidamente ridotto, per evitare “rischi sistemici”: in termini numerici (fonte: Economic Policy) le banche italiane, da sole, dovrebbero dismettere (vendere) fra 100 e 300 miliardi, a seconda di come si fissi l’”asticella” del limite imposto alle banche; se il limite fosse fissato al 25% del loro capitale, Mediobanca ha stimato che le banche italiane dovrebbero vendere 152 miliardi di euro di titoli di stato italiani; secondo Bankitalia, le banche italiane dovrebbero invece venderne 100 miliardi, quelle tedesche 160, quelle spagnole 60. Detto in altri termini, oggi l’esposizione bancaria al debito sovrano pesa per il 6,7% degli attivi bancari per le banche italiane, il 3,3% per quelle tedesche, il 2,7% per le spagnole, l’1,5% per le francesi (fonte: Eba). 
E la storia passata è nota: le banche europee hanno fatto una scorpacciata di titoli di stato nel 2011-2012 al tempo della crisi dello spread, salvando i rispettivi stati quando era difficile trovare investitori privati ed istituzionali disposti a sottoscrivere le emissioni, e comprando dai venditori, atterriti dal rischio-sovrano dei paesi più deboli come quelli del Club Med, tutti i titoli che questi riversavano sul mercato, deprimendone i prezzi; ante-crisi, il debito pubblico italiano era posseduto per oltre il 40% da investitori esteri, oggi poco oltre il 15%. E’ chiaro a tutti che non esiste un “rischio zero” sui titoli di stato e che la riduzione del rischio contenuto nei portafogli delle banche (e così pure delle compagnie di assicurazione) debba essere ridotto: quanto, quando, in quanto tempo, come è molto meno chiaro; ed è altrettanto chiaro che per rendere più “europeo” il sistema bancario e finanziario europeo occorre un sistema di assicurazione dei depositi condiviso e comune, e su questo secondo aspetto le differenze di opinione sono, se possibile, ancor più diverse e non componibili fra “soliti noti” e “soliti ripetenti”.

Una vendita “forzata” di titoli di stato avrebbe esiti gravi e seri: caduta dei prezzi (se vendi, vendi al prezzo che vuole l’acquirente, ed in caso di vendita “forzata” l’acquirente paga meno, spesso molto meno),  rarefazione del mercato (meno venditori, meno compratori), “disfunzione” del ruolo dei titoli di stato (tradizionalmente, lo strumento liquido per eccellenza) come “riferimento” per altre operazioni sui mercato; ed altro.


Ma forse … stiamo parlando della classica “pagliuzza nell’occhio”, questa volta italico; sì, perché il rischio vero dei mercato finanziari europei (e non solo europei) si annida in ben altro strumento, e governo tedesco e Bundesbank lo conoscono troppo bene questo strumento, poiché il maggiore sottoscrittore di derivati è la Deutsche Bank: la banca di Francoforte ha emesso derivati per 75.000 miliardi di euro, 20 volte il PIL tedesco, che vengono contabilizzati nel bilancio della banca per 32 miliardi di euro; ed è noto che la banca contabilizza secondo criteri di sua totale discrezione (non esistendo un mercato attivo su di essi e non essendo essi equiparabili ad altri strumenti consimili); governo tedesco e Bundesbank sanno bene di che si tratta e quanti danni un calo del valore di tali strumenti avrebbe sui conti della banca “fiore all’occhiello” del prestigio teutonico: un calo del 4% nel valore nozionale dei derivati azzererebbe il capitale della Bundesbank, secondo stime recenti. Da qui, la “missione possibile” con cui governo e banca centrale tedesca si oppongono alla introduzione di norme europee che regolino i derivati, la loro contabilizzazione, l’effetto-leva, la cui introduzione è ufficialmente prevista dal gennaio 2018.

Bloccare i regolatori europei e “salvare” le banche tedesche (più precisamente, “mettere la polvere schifosa sotto il tappeto, e per chissà quanto tempo”) è l’impegno tedesco, e la “guerra” contro le banche del Club Med è allora il chiaro sintomo che quando si è in difficoltà, molto serie difficoltà, è opportuno colpire per primi e sotto la cintura: tanto dall’altra parte ci sono i “soliti ripetenti” privi di adeguati attributi.

giovedì 5 maggio 2016

In principio dunque, non peste, assolutamente no.

Sulla peste che corrode tante banche italiane: perchè infine di peste si tratta. (E quanto al "veneficio" ed al "malefizio" ognun saprà ben immaginare a chi oggi ci si vuol riferire ... )

“”In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste: vale a dire peste sì, ma in un certo senso: non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del veneficio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.”” 

(A.Manzoni, I Promessi Sposi, Cap. XXXI)

mercoledì 4 maggio 2016

Due erano stati, alla fin de’ conti, i frutti principali della sommossa.



“” .. due erano stati, alla fin de’ conti, i frutti principali della sommossa: guasto e perdita effettiva di viveri, nella sommossa medesima; consumo, fin che durò la tariffa, largo, spensierato, senza misura, a spese di quel poco grano che pur doveva bastare fino alla nuova raccolta. (…) A ogni passo, botteghe chiuse; le fabbriche in gran parte deserte; le strade, un indicibile spettacolo, un corso incessante di miserie, un soggiorno perpetuo di patimenti. Gli accattoni di mestiere, diventati ora il minor numero, confusi e perduti in una nuova moltitudine, ridotti a litigar l’elemosina con quelli talvolta da cui in altri giorni l’avevan ricevuta. Garzoni e giovani licenziati da padroni di bottega, che, scemato o mancato affatto il guadagno giornaliero, vivevano stentatamente degli avanzi e del capitale; de’ padroni stessi, per cui il cessar delle faccende era stato fallimento e rovina; operai, e anche maestri d’ogni manifattura e d’ogni arte, delle più comuni come delle più raffinate, delle più necessarie come di quelle di lusso, vaganti di porta in porta, di strada in istrada, appoggiati alle cantonate, accovacciati sulle lastre, lungo le case e le chiese, chiedendo pietosamente l’elemosina, o esitanti tra il bisogno e una vergogna non ancora domata, smunti, spossati, rabbrividiti dal freddo e dalla fame ne’ panni logori e scarsi, ma che in molti serbavano ancora i segni d’una antica agiatezza; come nell’inerzia e nell’avvilimento, compariva non so quale indizio d’abitudini operose e franche. Mescolati tra la deplorabile turba, e non piccola parte di essa, servitori licenziati da padroni caduti allora dalla mediocrità nella strettezza, o che quantunque facoltosissimi si trovavano inabili, in una tale annata, a mantenere quella solita pompa di seguito. E a tutti questi diversi indigenti s’aggiunga un numero d’altri, avvezzi in parte a vivere del guadagno di essi: bambini, donne, vecchi, aggruppati co’ loro antichi sostenitori, o dispersi in altre parti all’accatto. “”

(A. Manzoni, I Promessi Sposi, Cap. XXVIII)

martedì 3 maggio 2016

A "sound" banker...

"" As Mr. Keynes has fairly and bitterly written (in his Essay in Persuasion, page 176) .. "A “sound” banker is not one who foresees danger and avoids it, but one who, when he is ruined, is ruined in a conventional and orthodox way along with his fellows, so that no one can really blame him".""

(The Two Nations: A Financial Study of English History, by Christopher Hollis, page 120)

lunedì 2 maggio 2016

Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: la “riforma” delle BCC.



Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio su AdviseOnlyBlog in data  2.5.2016.




Entro il 15 giugno 2016 le BCC dovranno fare una scelta cruciale per il loro futuro: le BCC con un patrimonio superiore ai 200 milioni di euro potranno avvalersi della “way-out” che consiste nell’istanza a Banca di Italia di voler procedere al conferimento della loro attività bancaria ad una SpA controllata dalle banche conferenti (opzione concessa anche a BCC di dimensioni inferiori che volessero aggregarsi con una BCC di maggiori dimensioni); oppure, accettare la adesione ad una nuova struttura, prevedibilmente una holding, ed in questo caso gli indizi sembrano puntare sull’utilizzo di Iccrea Holding, una banca di secondo livello partecipata al 90% dalle BCC stesse. I tempi sono stretti, ma i nodi da risolvere sono tanti ed intricati.

Le BCC in Italia sono tante: 390 (47 nella provincia di Bolzano, 41 in quella di Trento, 41 in Friuli Venezia Giulia, e poi 37 in Lombardia e via via sino alle 9 di Piemonte e Calabria); poche (12) hanno un patrimonio superiore alla soglia di 200 milioni per poter continuare in modo autonomo (fra queste, la BCC di Roma che ha un patrimonio di 700 milioni, la Banca d’Alba che è seconda per patrimonio, alcune BCC emiliane e lombarde).



Dinanzi al bivio, che fare?



Innanzi tutto, non è ancora chiaro e deciso quale struttura e/o veicolo farà da holding di sistema, anche se Iccrea Holding sembra il veicolo prescelto.

Se così fosse, sarebbe da rivedere sia l’assetto partecipativo poiché è possibile che le BCC che oggi hanno un peso rilevante nell’azionariato di Iccrea Holding vogliano uscirne, avendo molte di esse (le 12 sopra menzionate) un patrimonio superiore ai 200 milioni che consente loro di navigare in modo autonomo, senza doversi aggregare con altre BCC; in tal caso, un destino diverso avrebbe la holding, che perderebbe i “pesi massimi”, ed aggregherebbe i “pesi medi e piccoli”.

A seguire, andrebbe rivisto il sistema di governo aziendale, la c.d. “governance”.

Ma altri punti sono ancora da definire, per un settore che ha avuto indubbi problemi (ed AdviseOnly ne ha diffusamente scritto nel recente passato) e che “deve” trovare una nuova “missione”.



Ne elenchiamo alcuni:



1. operatività territoriale: oggi, le BCC operano su aree geografiche limitate al localismo, sia per la raccolta che per gli impieghi alla clientela; un diverso assetto organizzativo (quanto accadrebbe con la creazione di una holding “di sistema BCC”) come potrà definire ed affrontare la presenza su aree geografiche diverse, spesso con caratteristiche economiche (settori e distretti industriali, specializzazioni, …) molto diverse?


2. erogazione del credito: oggi, le BCC erogano credito a realtà spesso piccole, a proprietà familiare, talora micro-imprese, tenendo conto di criteri di valutazione del merito di credito facendo riferimento a rapporti fra fido concesso e patrimonio della banca che limitano (o dovrebbero limitare) l’esposizione e quindi la concentrazione del rischio; in uno scenario ove vi fosse una holding di sistema adeguatamente patrimonializzata, questi criteri verrebbero superati, consentendo la concessione di fidi anche a realtà imprenditoriali di maggiori dimensioni (“corporate”)? In caso affermativo, verrebbe “snaturata” la natura (sinora) cooperativistica delle BCC (e questa osservazione viene fatta senza entrare nel merito se tale natura sia buona o meno buona, da superare o mantenere);


3. competenze di valutazione del credito: valutare il merito di credito di una PMI è attività assai diversa dal valutare il merito di una impresa grande, con attività diversificate, spesso con una struttura di partecipazioni diversificate per attività e geografia; immaginare che con un “colpo di bacchetta magica” le competenze cambino e si adattino ad un nuovo scenario è impresa affascinante, ma assai complessa e dall’esito incerto.



Sottoporsi ad un intervento di chirurgia plastica è spesso affascinante per chi abbia perso, col tempo, la bellezza e la forma; ma spesso il risultato finale non soddisfa chi ad esso si sottopone, oltre all’occhio degli altri. Temiamo che (anche) in questo caso mettere mano ad una riforma senza aver chiarito le conseguenze operative e strutturali porterà ad una “incompiuta” con danno per la clientela attuale; ma che attendersi dal “diavolo che fa le pentole, ma non i coperchi”?.




domenica 1 maggio 2016

Non solo ”Non-Profit”





Il Terzo Settore si differenzia dal Primo, lo Stato, che eroga beni e servizi pubblici, e dal Secondo, il mercato o settore “for profit”, che produce beni privati, e va a colmare quell'area tra Stato e Mercato nella quale si offrono servizi, si scambiano beni relazionali, si forniscono risposte a bisogni personali o a categorie deboli secondo approcci che non sono originariamente connotati dagli strumenti tipici del mercato, né da puro assistenzialismo pubblico.

Il tema centrale attorno al quale si muove questo sempre più ampio settore è definibile come “Sussidiarietà”:

dove la mano pubblica non riesce ad intervenire (per carenza di risorse, per una politica di riduzione della sfera pubblica, per incapacità gestionale, per disorganizzazione), le mani private del “buon samaritano” si incrociano e si “sporcano” per dare sollievo a situazione di bisogno e disagio, per intervenire in ambiti non considerati dalla mano pubblica, per sovvenire ad emergenze temporali dove l’immediatezza dell’intervento e la vicinanza al luogo ed alla situazione di emergenza sono più facilmente affrontabili dal “buon samaritano”.



Nel Terzo Settore vi sono numerosi soggetti attivi come formazioni sociali intermedie. Parliamo di istituzioni che non sono riconducibili né al settore pubblico né a a quello privato: ma soggetti organizzativi di natura privata volti a produrre beni e servizi di pubblica utilità. Negli ultimi vent’anni, in Italia così come in Europa, assistiamo ad un risveglio della società civile organizzata e allo sviluppo del Terzo Settore, a seguito di importanti processi di trasformazione sociale, politica e culturale. La crisi del “welfare state” ha costretto gli Stati e le società dei Paesi cosiddetti avanzati a rivedere priorità e modalità di erogazione dei servizi sociali. Il settore delle imprese ha subito e continua a subire trasformazioni. La Pubblica Amministrazione si snellisce. Il mondo del “non profit” cresce e si diversifica.

Diverse per struttura organizzativa – associazioni riconosciute e non riconosciute, fondazioni, comitati – e natura giuridica - cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, organizzazioni di volontariato, organizzazioni non governative, società di mutuo soccorso, imprese sociali e Onlus – le realtà del Terzo Settore hanno in comune alcune caratteristiche fondamentali, tra le quali l’assenza di scopo di lucro, che si traduce nell’obbligo di reinvestire gli utili nelle attività istituzionali, e la natura giuridica privata. Operano in numerosi settori: assistenza sociale, sanità, cultura, sport, cooperazione internazionale, istruzione e ricerca, ambiente, sviluppo economico e sociale, promozione e formazione religiosa, promozione del volontariato.

Lo sviluppo del settore “non profit” ha determinato nel tempo una sempre maggiore professionalizzazione del capitale umano impiegato e una progressiva tendenza a garantirne la stabilizzazione a livello contrattuale, seppur la vera ricchezza del settore non profit è costituita dalla forza lavoro volontaria (personale non retribuito).



Un ruolo significativo è quello dell’ “Impact Investing”, che prevede l’intervento di capitali privati (ad esempio nella forma di “Venture Capital” dedicato), che si realizza investendo capitali di rischio in start up o in giovani aziende che svolgano un’attività economicamente sostenibile e che abbiano l’obiettivo - intrinseco nel proprio modello di business - di creare un impatto sociale positivo.

La prima attività che ha promosso l’ ”Impact Investing” nel mondo è stata la Microfinanza nei Paesi in Via di Sviluppo. Questa attività si è sviluppata lentamente a partire dagli anni Novanta, sino a diventare un settore importante, profittevole e con un evidente impatto sociale positivo. Successivamente, l’”Impact Investing” si è allargato ad altre aree - quali ad esempio l’Educazione, la Sanità ed i Servizi alla persona - con l’obiettivo di rendere accessibili alle fasce economicamente più deboli della popolazione prestazioni e servizi che il Settore Pubblico di quei paesi non fornisce, e che gli operatori privati erogano a prezzi troppo elevati.

L’ “Impact Investing” nei Paesi più sviluppati ha una storia ancora più breve e caratteristiche meno definite, perché con questo termine si intendono investimenti realizzati in settori molto diversi tra loro (si va dall'ambiente, al sociale, alla sharing economy) e con modalità operative e livelli di coinvolgimento operativo che variano molto da operatore a operatore.






Un po’ di storia italiana ...

Nel maggio 2014, il Governo ha predisposto le Linee guida per una riforma del Terzo settore formulando i criteri per una revisione organica della legislazione riguardante il volontariato, la cooperazione sociale, l'associazionismo non-profit, le fondazioni e le imprese sociali. Dal 13 maggio al 13 giugno 2014, il Governo ha aperto una consultazione pubblica sulle Linee guida, per confrontarsi con le opinioni degli attori del Terzo settore e dei cittadini sostenitori o utenti finali degli enti del non-profit, di cui sono stati resi pubblici i risultati definitivi nel settembre 2014; in seguito, il Consiglio dei Ministri, il 10 luglio 2014, ha approvato un disegno di legge delega per la riforma del Terzo settore, dell'impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale. Obbiettivo del provvedimento è, da un lato, quello di introdurre misure per la costruzione di un sistema che favorisca la partecipazione attiva e responsabile delle persone, singolarmente o in forma associata, per valorizzare il potenziale di crescita e occupazione insito nell'economia sociale e nelle attività svolte dal settore, anche attraverso il riordino e l'armonizzazione di incentivi e strumenti di sostegno; dall'altro quello di uniformare e coordinare la disciplina della materia caratterizzata da un quadro normativo non omogeneo e non più adeguato alle mutate esigenze della società civile.
Il disegno di legge, esaminato, in sede referente, dalla XII Commissione affari sociali, è stato approvato dalla Camera dei deputati il 9 aprile 2016 ed è attualmente all'esame del Senato.


Terzo settore. Tra le principali novità vi è la definizione di Terzo settore (art. 1), molto più ampia rispetto a quella arrivata dalla Camera; essa comprende «il complesso degli enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale». Vengono poste fuori da questo recinto associazioni politiche, sindacati, associazioni professionali e fondazioni bancarie. Anche le operazioni ammesse sono più numerose, perché alle associazioni è consentito promuovere e realizzare «attività di interesse generale, mediante forme di azione volontaria e gratuita, di mutualità o di produzione o di scambio di beni o servizi». Il governo ha il compito di semplificare il procedimento di riconoscimento della personalità giuridica, «nonché prevedere obblighi di trasparenza e informazione» anche attraverso forme di pubblicità dei bilanci (art. 3).

Volontariato. Il riconoscimento della specificità del lavoro volontario (art. 5) è uno dei punti fermi raggiunti in commissione. Le questioni da considerare includono le tutele dello 'status' di volontario, quelle delle «organizzazioni di soli volontari, anche operanti nella protezione civile. Viene superato il sistema degli osservatori nazionali per il volontariato, prevedendo al loro posto il Consiglio nazionale di Terzo settore come «unico organismo unitario di consultazione degli enti. Infine, altre novità riguardano anche i Centri di servizio per il volontariato, che nella nuova versione possono essere promossi da tutte le realtà del Terzo settore e erogare servizi a tutti, anche se la governance deve essere gestita dalle sole realtà di volontariato.

Impresa sociale. Su questo tema le modifiche del Senato hanno riguardato soprattutto le attività svolte dall’impresa sociale (art. 6), non prevedendo più «l’ampliamento dei settori », ma la semplice «individuazione dei settori in cui può essere svolta l’attività d’impresa». Sparisce poi anche la «ripartizione degli utili», sostituita da un mandato al governo per prevedere «forme di remunerazione del capitale sociale» che assicurino la destinazione degli utili alle attività stabilite in statuto.

Servizio civile. Sarà universale, riguarderà i giovani dai 18 ai 28 anni, italiani e stranieri regolarmente soggiornanti. Nel nuovo testo, entrano i giovani stranieri regolarmente soggiornanti e il riferimento alla «difesa non armata della patria»: due punti sui quali si è dibattuto a lungo nell’ultimo biennio. Chiarite anche le competenze tra Stato ed enti locali, come pure la gestione e la valutazione dell’attività degli enti accreditati.

Fondazione Italia Sociale. Tolto in extremis l’emendamento del governo (art. 9bis) che istituiva una fondazione – una sorta di agenzia ribattezzata subito 'Iri del Sociale' – capace di attirare le donazioni di imprese e cittadini. Una proposta che ora il governo ha ripresentato, rivista, in Aula, lasciando il finanziamento pubblico iniziale di un milione di euro.



Il Terzo Settore nel mondo …
I risultati di uno studio comparativo (Salamon, Sokolowski, List 2003), effettuato tra il 1995 e il 1998 dalla Johns Hopkins University su 35 Paesi (industrializzati, in via di sviluppo e in transizione), mostrano che il totale delle spese del Terzo Settore. aggregato rappresenta il 5,1% del PIL dei 35 Paesi, mentre la sua forza lavoro copre il 4,4% della popolazione economicamente attiva, con 39,5 milioni di lavoratori equivalenti a tempo pieno (FTE, Full Time Equivalent), dei quali 22,7 milioni remunerati (57,5%) e 16,8 milioni volontari (42,5%). Il numero complessivo dei volontari (a tempo pieno o parziale) raggiunge i 190 milioni (circa il 20% della popolazione adulta). La distribuzione della forza lavoro in base al campo di attività per 32 Paesi è la seguente: 23% nell'istruzione, 19% nei servizi sociali, 19% nella cultura, 14% nella sanità, 8% nello sviluppo, e il restante 17% disperso in campi minori. Ben il 63,3% di questa forza lavoro fornisce beni e servizi materiali, il 32,4% offre invece consulenze e servizi immateriali (difesa dei diritti, promozione di idee ecc.), e il restante 4,3% si distribuisce tra l'attività delle fondazioni, della cooperazione con l'estero e altro. L'attività del Terzo Settore viene finanziata per il 53,4% attraverso tariffe, per il 34,9% attraverso sussidi o acquisti di beni e servizi da parte delle amministrazioni pubbliche, e per il rimanente 11,7% attraverso libere donazioni di cittadini e istituzioni private.

Considerando i Paesi aggregati per aree geografico-culturali, si osserva come la dimensione del Terzo Settore. a livello globale sia correlata positivamente con il grado di industrializzazione dei Paesi considerati. Gli occupati equivalenti a tempo pieno (FTE totali) dei Paesi in via di sviluppo e in transizione, per es., sono appena l'1,9% della popolazione attiva, contro l'8,2 dei Paesi anglosassoni. Un altro aspetto interessante è il tipo di finanziamento. Tra i Paesi industrializzati, l'area asiatica si finanzia molto di più attraverso le tariffe (61,8%) che attraverso i sussidi e i contratti con le amministrazioni pubbliche (34,8%). Seguono da vicino, per livello delle tariffe, i Paesi scandinavi (59,4%) e quelli anglosassoni (54,6%). La relazione si inverte, invece, nel caso dei Paesi dell'Europa continentale; in questi infatti le tariffe coprono il 35,4% del finanziamento totale e i sussidi e i contratti con le amministrazioni pubbliche il 57,6%. Questi dati indicano che nella tradizione dell'Europa continentale il Terzo Settore si delinea come un soggetto meno indipendente dal settore pubblico e anche meno orientato al mercato rispetto agli altri Paesi avanzati, dove sembra prevalere un modello più imprenditoriale. Differenze poco significative emergono nella quota di finanziamento derivante dalle donazioni, che si attesta su una media dell'11,7%; uniche notevoli differenze quella dei Paesi in via di sviluppo e in transizione, che presentano una quota molto alta (16,1%), e quella dei Paesi asiatici industrializzati, che ne hanno una molto bassa (3,5%). In questo quadro l'Italia presenta un'alta incidenza della forza lavoro del Terzo Settore sul totale della popolazione economicamente attiva (8,5%), con un sostanziale equilibrio tra finanziamento privato (44,6%) e pubblico (46,7%), e con donazioni in linea con la media dei Paesi industrializzati non asiatici. Il primo censimento delle istituzioni non-profit per l'Italia (ISTAT 2001) mostra che le organizzazioni del Terzo Settore attive nel 1999 erano 221.412 (ca. 40 ogni 10.000 ab.), con una distribuzione territoriale disomogenea (51,1% nel Nord, 21,2% nel Centro e 27,7% nel Sud). Il valore aggiunto del Terzo Settore. era pari a circa il 2% del PIL italiano, anche se gli studi hanno mostrato che, se riferita soltanto al settore sociale, tale quota cresce fino a raggiungere percentuali più elevate.