domenica 14 giugno 2015

Critiche alle polizze.


Il 5 giugno 2015, nel corso di un incontro con rappresentanti dei consumatori, delle imprese e degli intermediari assicurativi, delle banche e delle società finanziarie, IVASS e Banca d’Italia, a seguito delle indagini condotte nei rispettivi ambiti di competenza, hanno riscontrato numerose criticità nella produzione e nella distribuzione di polizze assicurative abbinate a finanziamenti. I rilievi sono rivolti sia alla fase di “produzione” da parte delle imprese di assicurazione: eccessiva standardizzazione delle polizze; numerose esclusioni e limitazioni nonché periodi di “carenza” e/o ”franchigie” eccessivamente estesi; la mancata o tardiva restituzione della parte di premio “non goduto” in caso di estinzione anticipata del finanziamento. E per quanto riguarda la “distribuzione” da parte di banche e finanziarie, i rilievi hanno toccato: vendite “forzate” (la polizza, sebbene facoltativa, è imposta di fatto dalla banca/finanziaria come condizione per accedere al finanziamento); assenza di verifiche di adeguatezza della polizza alle effettive esigenze del cliente; scarsa informativa al cliente sulle caratteristiche, sui limiti e sul costo della copertura assicurativa. Se per gli organi di controllo “è prioritario l’obiettivo della tutela del cliente”, manca ancora una adeguata condotta corretta da parte degli operatori finanziari; IVASS e Banca d’Italia si rivolgeranno ai mercati assicurativo e bancario per richiedere “il riallineamento dei prodotti e delle prassi di vendita alle linee indicate”. 
“Tanto rumore per nulla?”

venerdì 12 giugno 2015

Le sementi d’oro.



La statunitense Monsanto ha formulato una proposta di acquisto della svizzera Syngenta AG del valore di 45 miliardi US$, che darebbe vita al maggior produttore di pesticidi, sementi di grano e soia con una quota di mercato del 42% in Nord America, 28% in America Latina, 25% in Europa, e del 26% a livello mondiale. Le Authority saranno chiamate a valutare se la fusione possa alterare la competizione e rappresentare una (eccessiva) concentrazione di mercato; in passato, l’Antitrust USA non ha bloccato questo tipo di “integrazione verticale”. Un secondo aspetto che sarà sotto esame è quello del possibile trasferimento della sede legale, e quindi della legislazione fiscale applicabile, dagli USA alla Svizzera (la c.d. “tax inversion”), che potrebbe significare minori tasse pagate dalla società e minori incassi per il fisco USA. Terzo aspetto è la reazione degli agricoltori che temono un predominio non solo di mercato ma soprattutto di prezzo: “when you have that much market power, there’s so much money th be made using your market power to push the company’s interest forward”, nelle parole di National Farmers Union; altri aggiungono che “Monsanto’s overpriced their technology. The only way you stop that attitude is there needs to be a competitor or competitors who can put same-level quality product out there and compete with them toe to toe”.  
La competizione serve, sempre.

giovedì 11 giugno 2015

Se l'onere è troppo grave, il legame tende a rompersi.



“” Per quanto esigente, una città non può ottenere sempre tutto da tutti, fino all’estremo sacrificio, se non attraverso un’adesione ragionevole proveniente, in primo luogo, dall’interesse, beninteso, di ognuno. Nella vita in comune, vi sono immensi vantaggi ma anche inconvenienti, pericoli ed oneri. (…) Si può inculcare quanto si vuole nei cittadini, mediante una morale collettiva della quale essi vengono imbevuti sin dall’infanzia, in primo luogo nella famiglia, spirito civico, sacrificio e rassegnazione: se l’onere è troppo grave, e soprattutto se è mal ripartito, il legame tende a rompersi. 
Il problema fondamentale della città è dunque quello della ripartizione degli oneri e dei vantaggi. Ripartizione tra i due bilanci: i vantaggi devono essere in linea di massima superiori; ripartizione nel tempo: essi si devono alternare (gli oneri, in particolare, non devono essere né definitivi né permanenti); ripartizione, infine, tra i cittadini: non sempre gli stessi cittadini, non tutti gli oneri per alcuni e tutti i vantaggi per altri. “”

“L’uomo romano”, a cura di Andrea Giardina, capitolo primo, “Il cittadino, il politico”, pagg. 9-13.

Il cittadino: onori, oneri, doveri.



“” La cittadinanza, prima di essere un modo di vita e forse, in certe epoche, una sorta di “mestiere”, è anzitutto, e resterà sempre, uno status giuridico: in latino si dice un ius. (…) dall’associazione, dal “contratto” sociale e politico iniziale, nasceva una natura “morale” dell’uomo, poiché occorreva accordarsi, almeno implicitamente, su una gerarchia di fini e di mezzi. (…) I cittadini, in maggioranza, giorno per giorno, vivevano (…) la vita collettiva. 
Ciò che li colpiva maggiormente erano gli evidenti vantaggi derivanti dalla loro associazione: la protezione quotidiana di una comunità che garantiva a ciascuno ed a tutti, attraverso le istituzioni e il diritto, la sicurezza delle persone e della proprietà (…) e l’accumulo di ricchezze e agi consentito dai rapporti commerciali, dai mercati organizzati, dalle feste e dalle fiere, dai porti. Poiché i “beni comuni” – un ponte, un corso d’acqua, un litorale, pascoli, miniere – appartenevano a tutti, il loro sfruttamento assennato doveva essere sufficiente per far fronte, in linea di massima, alle spese che comportava l’organizzazione della comunità: assicurare il culto degli dei (…), costruire edifici e luoghi pubblici, garantire quelle attività di gestione, finanziaria o di altro tipo, che necessitavano d’impiegati e di salari. Questo, in fin dei conti, l’ideale molto banale che cercava di realizzare, alla meno peggio, quel modesto organismo che era la città. 
Tutto sommato, il “voler vivere insieme” antico e soprattutto un “voler vivere meglio”, in un tranquillo equilibrio. 
Questi i vantaggi della vita civica che ogni cittadino può constatare quotidianamente e che ha diritto di pretendere. Concepita da una tale angolazione utilitaristica, la vita civica è, insomma, un’associazione naturale che, al tempo stesso, ha qualcosa sia della famiglia, in quanto raggruppa uomini di origine più o meno comune, che della società commerciale (…) in cui il computo degli apporti e dei benefici di ognuno è la regola ordinaria. 
Ogni città è, di fatto, combattuta fra queste due concezioni, non facili da conciliare: la solidarietà istintiva (e spesso falsa) derivante da una “origine comune” (…), da una parte; dall’altra, il puntiglioso egoismo di ogni “associato”, che si arroga il diritto di valutare quotidianamente vantaggi e inconvenienti della sua partecipazione agli affari comuni e che, in fin dei conti, può sempre riservarsi la possibilità di rompere il contratto (se si ritiene leso), attraverso l’emigrazione, la secessione o anche la “rivoluzione” (…) o la guerra civile che, per mezzo della violenza, tende a ristabilire un equilibrio minacciato: visione razionale, in qualche modo giuridica e contabile, del patto fondamentale. 
In questa visione, è ovvio accettare che i grandi vantaggi della vita in comune comportino qualche sacrificio: gli “oneri” o i “doveri”. (…) 
In cambio di tutto ciò che riceve, ogni cittadino deve, all’occorrenza, rispondere alla chiamata comune per la difesa e il mantenimento delle “cose di tutti”. Egli è dunque, in quanto cittadino, costantemente e a priori debitore, e ciò sotto tre aspetti principali: deve a tutti prestazioni riguardanti (…) la persona, i suoi beni, ma anche qualcosa di più immateriale e altrettanto importante: il suo “buon senno”, i suoi “pareri illuminati”. Vediamo del resto che questi aspetti corrispondono grosso modo all’obbligo militare, all’obbligo fiscale e, infine, alla deliberazione politica e all’esercizio di certe cariche. 
In breve, il cittadino è, per la stessa natura delle cose, un soldato che può essere mobilitato, un contribuente, un elettore ed eventualmente anche un candidato a determinate funzioni. (…) Riguardano, e obbligano, tutti i cittadini, sin dal momento in cui entrano a far parte della città. “”


“L’uomo romano”, a cura di Andrea Giardina, capitolo primo, “Il cittadino, il politico”, di Claude Nicolet, pagg. 6-11.

I costi legali delle sanzioni alle banche.



Secondo uno studio della CCP Research Foundation, dal 2010 il costo delle sanzioni comminate alle 16 principali banche mondiali per comportamenti ed azioni sanzionate dalle varie autorità di controllo ha raggiunto la ragguardevole cifra di 306 miliardi US$. Lo studio rileva che – nonostante i costi sostenuti – il management bancario sembra non aver modificato il suo “modus operandi”, visto che “comportamenti manipolatori” si sono protratti fino al 2013. La domanda che viene ripetuta è: “ma dopo la grande crisi ed i misfatti rilevati, si è andati verso atteggiamenti più virtuosi?”. La risposta lascia aperti molti dubbi. In ogni caso, da parte della politica e dell'industria finanziaria arrivano appelli a “mollare la presa” sulle banche.