giovedì 28 maggio 2015

Factoring a tutto vapore.



Il mercato del factoring continua a crescere a livello mondiale (+7% nel 2014, dopo un + 5% nel 2013) ed italiano, che anche nel primo trimestre del 2015 ha visto crescere il giro d’affari (turnover) del 4,6% rispetto allo stesso periodo del 2014. L’Italia è il quinto mercato mondiale per il factoring, con un giro d’affari di 183 miliardi di euro, pari all’8% mondiale ed al 12% europeo; prima la Cina (406 miliardi, 17,2% nel mondo), seguita da Inghilterra (376 miliardi), Francia (227 miliardi), Germania (190 miliardi). Le imprese fanno quindi sempre più ricorso a questa forma di finanziamento commerciale, cedendo i crediti vantati verso clienti (prevalentemente pro-solvendo, quindi con ricorso verso l’impresa cedente; ma anche pro-soluto) a società specializzate nella gestione del credito e nel finanziamento delle imprese.

mercoledì 27 maggio 2015

Le (in)dotte Considerazioni di un Governatore.

Dalla lettura delle Considerazioni del Governatore della Banca d’Italia apprendiamo cose importanti:

1.la prima è che negli ultimi decenni la Bd’I ha vissuto in un mondo dorato e lontano dalla realtà; non si può diversamente commentare l’affermazione che gli ostacoli alle imprese ed alla loro crescita vengono “soprattutto dal contesto in cui è condotta l’attività economica”"; “una situazione aggravata dai fenomeni di corruzione e in più aree dall’operare della criminalità organizzata"".

2.la seconda è che la risposta alla richiesta di “pulizia” dei bilanci bancari gravati da sofferenze “monstre” di 350 miliardi di euro non può che venire da un “via libera” della UE alla creazione di una “bad bank” con una qualche forma di garanzia statale: una splendida rappresentazione dello statalista che sonnecchia, sognante fra le braccio di Morfeo, nelle vellutate stanze di Via Nazionale.

Ci fermiamo; 2 indizi non fanno prova, ma a ben cercare nelle (in)dotte Considerazioni se ne potranno trovare assai e di ilari, e quando gli indizi sono troppi, le prove poi abbondano.

Sine qua non.

I conti della sanità privata.



L’ultimo studio R&S-Mediobanca radiografa lo stato dei conti dei principali gruppi privati che operano nella sanità italiana; i primi 3 gruppi nazionali (Papiniano della famiglia Rotelli, Humanitas della famiglia Rocca, GVM della famiglia Sansavini) si aggiudicano il 60% del giro d’affari del settore, che fattura  3.821 milioni di euro annui (dati 2013). Il gruppo Papiniano (1.370 milioni) gestisce 17 ospedali (16 in Lombardia ed 1 in Emilia-Romagna), risultando il primo operatore in Lombardia con l’11% del posti-letto; la recente acquisizione del San Raffaele ha aggiunto ulteriore capacità (ospedali e posti-letto), ed ha un ROI del 12,7% (quasi il doppio del ROI del settore manifatturiero italiano). Numeri ancora più interessanti per Humanitas, che a fronte di 526 milioni di fatturato presenta un ROI vicino al 27% ed un ROE del 21%, quasi nessun debito finanziario. GVM, in terza posizione con 452 milioni di fatturato, controlla 26 strutture ospedaliere, di cui 9 all’estero (Polonia, Francia, Albania). I 3 gruppi principali, in aggregato, fatturano 2.348 milioni, hanno un MOL del 7,8%, un patrimonio netto di 785 milioni. 
Sanità privata con conti sani.



martedì 26 maggio 2015

Disoccupati e potenziali lavoratori.



Nel Rapporto ISTAT presentato alla Camera, il confronto fra il 2008 ed il 2014, periodo di “sette anni della grande crisi”, evidenzia che nel 2008 i disoccupati erano 1.664.000, a fine 2014 sono 3.226.000, un +93,9% pari a 1.562.000 unità; la distribuzione geografica è indice delle difficoltà sia storiche che congiunturali: alla fine dello scorso anno il 47,0% dei disoccupati era nel Mezzogiorno (era il 52,7% nel 2008), il 19,1% nel Centro (il 18,6% nel 2008), il 33,9% nel Nord (il 28,7% nel 2008). A tali numeri, vanno ad aggiungersi i “lavoratori potenziali”, quanti non hanno una occupazione, non sono censiti come disoccupati, e non cercano attivamente un lavoro: sono 4.457.000 in tutta Italia (dato fine 2014), erano 2.758.000 nel 2008. “Mancano all’appello” quasi 8 milioni di possibili occupati: dare lavoro a tutti è impresa ardua, ma “conseguire un tasso di occupazione uguale a quello europeo significherebbe per il nostro paese un incremento di circa 3 milioni e mezzo di occupati”.

lunedì 25 maggio 2015

La diluizione non funziona, o forse sì.




Un estratto di questo articolo è stato pubblicato su AdviseOnlyBlog nella rubrica #IlGraffio in data 25 maggio 2015.


Quando il corso delle azioni non va bene, i risultati pure, il patrimonio “soffre”, le società si trovano a dover raccogliere nuovo capitale presso nuovi azionisti; e troppo spesso lo fanno con risultati diluitivi. 


Che cosa è la diluizione? Come funziona? Quali conseguenze per i piccoli azionisti?


La raccolta di capitale avviene, in questi casi, con la emissione di nuove azioni, con un elevato rapporto fra il numero delle azioni da emettere ed il numero delle azioni in circolazione, allo scopo di massimizzare il valore dello sconto per i sottoscrittori rispetto al valore delle azioni in circolazione: così si rende “attraente” quello che non lo è (la società e le sue azioni), consentendo operazioni che diversamente non sarebbero interessanti per gli investitori; e quelli che già lo sono si trovano “costretti” a partecipare all’aumento di capitale.

Operazioni legittime, ma discutibili.

Dal 2009 in poi, operazioni diluitive, od iper-diluitive, sono state oltre 25, da Seat PG a Banca Italease, Pirelli RE, Tiscali, sino a MPS nel 2014 ed ora nuovamente nella primavera 2015.


In questi anni Consob ha ripetutamente annunciato, ma non ancora deliberato, interventi/azioni/raccomandazioni per impedire, od almeno limitare, la prassi di aumenti iper-diluitivi. Un  controllore che controlla poco, troppo poco? 


In una operazione diluitiva, vengono emesse nuove azioni per ammontare rilevante, spesso superiore al controvalore della quotazione attuale: nel caso MPS, giovedì 21 maggio 2015 è stato annunciato un aumento di capitale per 3 miliardi, a fronte di una capitalizzazione di 2,5 miliardi di euro; il prezzo di emissione è largamente inferiore a quello attuale: nel 2014 MPS emise 5 miliardi di capitale ad uno sconto del 35,5% (calcolato sul TERP, il prezzo teorico dell’azione dopo lo stacco del diritto di opzione); quello annunciato ora è un aumento per 3 miliardi con uno sconto del 38,9% sul TERP, a valle di un raggruppamento che significa che saranno convertite/raggruppate in 1 azione ben 20 azioni possedute, con l’offerta di 10 nuove azioni ogni azione posseduta (quotazione al momento dell’annuncio: 9,38 euro/azione).

I piccoli azionisti, già “falcidiati” da “anni orribili” e dalle conseguenze dell’aumento di capitale iper-diluitivo del 2014 (“bruciato” in meno di un anno: “with the compliments to management!”), sono dinanzi a prospettive negative: non aderire all’aumento e quindi vedere ancor diminuire il valore delle azioni possedute; partecipare all’aumento, mettere mano a portafoglio e denaro fresco al servizio dell’aumento di capitale; vendere i diritti di opzione rappresentativi di un numero di azioni inferiore a quello delle nuove azioni in emissione, a prezzi probabilmente “super-scontati” se non “ridicoli”.

Emissioni iper-diluitive sono funzionali al cambio di governance, od almeno ad un loro “assestamento” coerente con gli obiettivi del management o di un gruppo di azionisti, talora non ancora di controllo ma che puntano a diventarlo, che investono “a sconto” rispetto alle quotazioni attuali, a detrimento dei piccoli azionisti e degli azionisti che non hanno le risorse, o le intenzioni, di aderire alla nuova “chiamata alle azioni”.


Un particolare non secondario: queste emissioni sono assistite da “consorzi di garanzia” organizzati da banche, che assicurano il buon esito dell’operazione; troppo spesso senza far sapere in anticipo chi sarà il soggetto finale che sottoscriverà le azioni: confidiamo che le azioni non finiscano nei portafogli di fondi di investimento gestiti da SGR “vicine” alle banche collocatrici, nel più classico e ripetuto “conflitto di interessi”. Quello vero, che tocca le tasche degli (ignari?) investitori.

venerdì 22 maggio 2015

La borghesia verso la catastrofe: gli anni prima della Grande Guerra, addio alla "belle epoque".



“” Ma l’età del trionfo borghese poteva fiorire, quando ampie fasce della borghesia si impegnavano così poco nella produzione di ricchezza, e si allontanavano tanto e così rapidamente dall’etica puritana, dai valori del lavoro e dell’impegno, dell’accumulazione a base di astinenza, dovere e rigore morale, che le avevano dato la sua identità, il suo orgoglio e la sua enorme energia? (…) il timore – anzi la vergogna – di un futuro di parassiti assillava la borghesia. Il tempo libero, la cultura, le comodità erano ottime cose. (…) Ma la classe che aveva fatto suo il secolo XIX non stava sfuggendo al suo destino storico? Come poteva, se pur poteva, accordare i valori del suo passato e del suo presente? (…) C’erano senza dubbio nelle regioni sviluppate d’Europa una quantità di uomini d’affari e di professionisti che si sentivano ancora il vento in poppa, anche se era sempre più difficile ignorare ciò che accadeva a due degli alberi destinati tradizionalmente a reggere le vele: l’azienda gestita dal proprietario e la famiglia “maschio centrica” del proprietario medesimo. Certo la gestione delle grandi aziende mediante dirigenti stipendiati, e la perdita di indipendenza di imprenditori un tempo sovrani grazie ai “cartelli”, era ancora (…) “qualcosa di molto lontano dal socialismo”. (…) Ciò che rendeva il problema particolarmente acuto, almeno in Europa, e dissolveva i saldi contorni della borghesia ottocentistica, era la crisi di quella che era stata per lungo tempo (…) l’ideologia in cui la borghesia si identificava. La borghesia aveva creduto non solo nell’individualismo, nella rispettabilità e nella proprietà, ma anche nel progresso, nelle riforme e in un moderato liberalismo. Nella perpetua lotta politica fra gli strati superiori delle società ottocentesche, fra il “partito del movimento” o del “progresso” e il “partito dell’ordine”, le classi medie erano state indiscutibilmente, nella grande maggioranza, dalla parte del movimento, pur non essendo affatto indifferenti all’ordine. Tuttavia (…) progresso, riforme e liberalismo erano in crisi. Il progresso scientifico e tecnico, naturalmente, rimaneva indiscusso. Il progresso economico sembrava ancora una cosa abbastanza certa, anche se generava movimenti operai guidati di solito da pericolosi sovversivi. Il progresso politico (…) era un concetto molto più problematico alla luce della democrazia. (…) Mentre l’Europa borghese si avviava in un crescente benessere verso la catastrofe, osserviamo il curioso fenomeno di una borghesia, o almeno di una parte significativa dei suoi giovani e dei suoi intellettuali, che si tuffa volontariamente e addirittura con entusiasmo nell’abisso. (…) Un libro autorevole sulla storia britannica di quegli anni l’ha chiamata “la strana morte dell’Inghilterra liberale”. Si potrebbe estendere il tutolo a tutta l’Europa occidentale. Fra gli agi materiali di un’esistenza da poco ingentilita, le classi medie d’Europa erano a disagio. (…) Avevano perduto la loro missione storica. I canti di lode più sentita e incondizionata per i benefici della ragione, scienza, educazione, illuminazione, libertà, democrazia e progresso dell’umanità, cose che un tempo la borghesia era stata fiera di rappresentare, venivano adesso (…) da gente la cui formazione intellettuale apparteneva ad un’età precedente, e non aveva tenuto il passo con i tempi. (…) Guardando indietro e avanti, gli intellettuali, i giovani, i politici delle classi borghesi non erano affatto convinti che tutto andasse o sarebbe andato per il meglio.””



Eric J. Hobsbawn, “L’età degli Imperi. 1875-1914”, Oscar Mondadori, 1996, pagg. 215-221