martedì 28 luglio 2015

Spaccarsi la schiena con zappa e vanga.




“”Il business del cibo – agricoltura, manifattura alimentare – costituisce soltanto il 6 per cento dell’economia mondiale: una minuzia, quantità dieci volte minori rispetto al settore dei servizi. La cosa curiosa è che questa minuzia definisca tutto il resto; senza questa minuzia, non esisterebbe nulla di tutto il resto. E il 43 per cento della popolazione economicamente attiva del mondo – circa 1,4 miliardi di persone – è costituita da agricoltori. Demografia, peso economico e necessità reale sono stranamente lontani.
L’agricoltura – l’agricoltura dei poveri, zappa e vanga – è un’attività estremamente fisica, dove gli uomini possono avere un vantaggio: le donne si sforzano, cercano di fare alcune cose, ma è chiaro che spetta agli uomini nutrire la famiglia, e tutto questo produce un’idea della vita. La sottomissione femminile aveva una sua contropartita molto precisa: in cambio – dialettica del padrone e dello schiavo – l’uomo dava da mangiare alla donna. Nelle società opulente rompere con quest’idea può essere più semplice, più fattibile; in mondi come questo (nel Sahel, Africa sub-sahariana; nota) si complica. Ma qui non dev’essere facile neppure essere un uomo: dover provvedere e non avere provviste, fallire di continuo.””

 Martin Caparros, “La fame”, Einaudi, 2014-2015, pg 43.

Alcune scimmiette scesero dagli alberi e …




“”Qui, in lande come queste (nel Sahel, la striscia sub-sahariana che si estende su una superficie larga 3.000 km e profonda 1.000 km; nota), è nato l’uomo. E’ facile, qui, riflettere sui vantaggi dell’allontanarsi dal luogo d’origine: emigrare, cambiare, volare. E’ facile; dicono che l’uomo sia nato qui e dicono – adesso dicono – che sia nato dalla siccità: che diversi milioni di anni fa – il numero esatto viene rivisto e rimesso in discussione, niente è più variabile del passato – alcune scimmiette che vivevano sugli alberi dovettero scendere perché la siccità le stava privando del loro cibo abituale. Dovettero sollevarsi su due zampe, camminare, correre, arrangiarsi in una pianura quasi secca. Quelle che seppero farlo meglio sopravvissero; nel giro di milioni di anni, l’abilità di stare erette permise loro di sostenere un cervello più pesante e, con il tempo, persino di usarlo. Da lì in poi le asce di pietra, sei milioni di dèi, la milanese con il purè, gli scarabocchi che chiamiamo lettere. Venimao da quella siccità; nulla di questo può dirci stiamo andando.””

Martin Caparros, “La fame”, Einaudi, 2014-2015, pg 39.

Stop al “prop desk”.


Dal 22 luglio 2015 entra in vigore negli USA la “Volcker rule”, la legge che impedisce alle grandi banche statunitensi di acquistare e vendere azioni, bond, valute, materie prime e derivati utilizzando i capitali propri (il c.d. “proprietary trading”, o “prop desk”). Si tratta di una norma pensata 5 anni fa all’interno della ampia riforma finanziaria seguita alla crisi del 2007-2008, ed è una delle norme più stringenti mai adottate negli USA dai tempi della crisi del 1929. Goldman Sachs ha venduto il suo lucroso business a KKR (la altrettanto prestigiosa casa di investimento private equity), altre banche la seguiranno prima del 2018 quando queste attività, spesso comprese in strutture dedicate come fondi di investimento ora gestiti dalle banche stesse, dovranno essere dismesse o vendute. Attendiamoci una ulteriore rivoluzione nel business bancario, con conseguenze tutte da valutare prossimamente, che renderà le attività bancarie molto diverse da ieri e sempre più diverse dal crescente sviluppo di società e gruppi attivi nella c.d. “finanza-ombra”, quel settore finanziario meno (o punto) regolato che sta acquistando, a livello mondiale, un peso crescente (ma non ancora prevalente) nel grande business della finanza. Per ogni nuova norma occorrono nuovi sistemi di controllo: governo USA e FED si stanno attivando per formare ed attrarre esperti che saranno chiamati a valutare attività (complesse come il trading per conto terzi), bilanci delle banche, informazioni e dati regolarmente trasmessi dalle banche alle autorità di controllo. Dando prova di pragmatismo (termine sconosciuto nel Belpaese), governo e FED hanno inviato agli operatori bancari una lista di 16 domande pensate per aiutare le banche stesse a mettere in atto le procedure e le azioni richieste.

lunedì 27 luglio 2015

Gli uomini sono il serbatoio di tutte le energie.



“” Noi, nell’odore di putrefazione che emana dal nostro Tramonto, di istinto, siamo spinti a metterci subito contro tutti quelli che predicano coraggio, resistenza, sforzo, eroismo, abbiamo il gusto della sconfitta e dell’abbandono.
Non abbiamo il coraggio per fare la guerra necessaria a difenderci. Non trasformarsi, non rinnovarsi per portare la guerra in casa del nemico, rinchiudersi in fortezze comode, non combattere di notte, servirsi di mercenari invece di gettare nella mischia tutti coloro che hanno interesse che il nostro sistema sopravviva. Sostituiamo alla fede il denaro e la tecnica, dimenticando che gli uomini sono il serbatoio di tutte le energie, li facciamo marcire in tutte le comodità perfino sul campo di battaglia, invece di raccoglierli, magri e nervosi, intorno ad alcune ragioni valide.””

Domenico Quirico, “Il grande califfato”, prima ed. gennaio 2015, pagg. 218-219.

domenica 26 luglio 2015

Alassan odia le strade ...



“” Alassan è un tuareg. Vede nel deserto cose che a me sfuggono, un filo di polvere nell’orizzonte che trema per la calura, la luna che si leva quando il sole è ancora alto e chiaro. (…) Alassan si farà seppellire in un sudario tessuto a maglie larghe perché la sabbia vi penetri e lo avvolga in un abbraccio. Ma non vive più nell’immensità delle sabbie, seguendo le vaghe tracce che lasciano a forza di secoli i rari passaggi degli uomini e delle bestie, o nella serie di tavole ciclopiche dell’Air, le sue colate di lava nera. (…): con le frontiere che hanno incatenato il deserto, e poi le siccità spaventose, nel 1963 e poi nel 1973 e ancora ogni dieci anni, come una maledizione, che fa piangere per la sete, asciuga pozzi millenari, uccide il bestiame e li ricaccia verso il Niger, le terre dei neri, che li considerano parassiti e terroristi e sperano che il deserto, un giorno, li inghiotta.
Alassan odia le strade, perfino quella tutta buche e fossi che ne abusa il nome per andare dalla capitale ad Agadez. Forse ha ragione quando dice che la strada è il primo vincolo che l’uomo ha imposto alla libertà. Quando un Paese comincia a lasciarsi avvincere dalle strade come da una grande rete, significa che gli abitanti hanno fretta, non sono più padroni del loro tempo. Non conoscono più viaggi simili a sogni attraverso dune silenziose e montagne piene di luce e di echi. La strada dice all’uomo, al tuareg: tu devi passare di qui! E lo condanna a camminare con regolarità accasciante sopra una striscia eguale, sterile e senza fine.
Un’ora di viaggio è simile all’altra, un giorno è simile all’altro. Si perde l’abitudine all’osservazione, il senso dell’orientamento, la facoltà di comprendere gli avvenimenti della natura, quel linguaggio eloquente delle cose che fa divinare al nomade i passaggi e i pericoli, che fa leggere nelle orme della sabbia la vicinanza di un nemico, che nelle ombre delle rocce e degli alberi dice l’ora del giorno. “”A poco a poco la strada ci ha privato di questo grande dialogo tra la nostra anima e Dio, camminiamo tristemente, noi che eravamo i signori della terra, su quell’infinito nastro di melanconia che non ci lascia altra occupazione che meditare la causa di tutti i inostri dolori””. “

Domenico Quirico, “Il grande califfato”, prima ed. gennaio 2015, pagg. 153-154.