domenica 29 novembre 2015

Bankitalia, l’investimento attraente per le Casse.



Alcune Casse di previdenza dei professionisti hanno deciso di acquistare azioni della Banca d’Italia, messe in vendita da banche ed altri soggetti. La Cassa Forense investirà 225 milioni di euro, una quota simile a quella di Enpam (la Cassa dei medici) e Inarcassa (quella di ingegneri ed architetti), che insieme rappresenteranno circa il 10% del capitale di Via Nazionale. La redditività storica e recente dell’investimento in Bankitalia, compreso fra il 4% ed il 6%, è considerata stabile e superiore al 3% ottenuto, ad esempio, dalla Cassa Forense, che ha deciso quindi di investire, appena si è aperta la possibilità di entrare nel capitale della Banca. Investimento che si aggiunge, per la Cassa, a quelli fatti in Poste Italiane (1%) e CDP reti (3% circa), che si aggiungono a quelli in Eni, Enel, Telecom: i campioni nazionali.

sabato 28 novembre 2015

La madre di tutti i conflitti




Ripubblichiamo l'articolo "La madre di tutti i conflitti" pubblicato il 26 Settembre 2013 su ItaliAperta a firma Sodo Caustico



Nata nel 1905 all’epoca della nazionalizzazione delle ferrovie esistenti in Italia, poi Azienda Autonoma sotto il controllo del Ministero dei Trasporti, in seguito ente pubblico economico, il 12 agosto 1992 le Ferrovie dello Stato furono oggetto di una improbabile privatizzazione formale divenendo società per azioni posseduta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (oggi, MEF). In conseguenza delle norme europee che prevedevano la separazione fra infrastrutture e gestione della rete, se ne avviò un processo di ristrutturazione che nel dicembre 2000 si sostanziò nella creazione di una holding (Ferrovia dello Stato Spa – FS) e di società operative, le più note Trenitalia per il trasporto di merci e passeggeri (posseduta al 100%), e Rete Ferroviaria Italiana – RFI per la rete e le stazioni (posseduta al 100%; in seguito, le 13 più importanti confluirono in Grandi Stazioni, oggi 59.99% di FS). Processo invero ampiamente insufficiente, laddove si pensi che in FS coesistono 2 nature che ne fanno un animale “contro natura”: proprietà della rete e concedente la rete in gestione operativa (RFI); concessionario che gestisce il traffico passeggeri e merci (Trenitalia).

Un “unicum” che meriterebbe una ampia valutazione sulla assenza di trasparenza del sistema (e basterebbe leggerne il bilancio per averne conferma) e sulla assenza dei c.d. “basics” di una politica di concorrenza (quando mai?).


La struttura del trasporto ferroviario italiano è presto sintetizzato: MEF possiede la totalità di FS (holding), che a sua volta possiede la società proprietaria della rete (RFI, al 100%; inclusa la linea ad alta velocità, a suo tempo in TAV), la società di gestione passeggeri e merci (Trenitalia, al 100%), una società di ingegneria ferroviaria (Italferr, al 100%), il 59.99% di Grandi Stazioni, partecipazioni italiane ed estere (Francia, Germania, Rep. Ceca, Romania, Serbia, Montenegro, Serbia, Polonia, Africa, Asia, America del Sud) operanti nel trasporto sia ferroviario che su gomma. Accanto alla “filiera FS” esiste una Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria (ANSF) che poco appare, e forse poco ha da fare: sotto il controllo del Ministero delle Infrastrutture, ANSF si occupa di definire il riordino del quadro normativo in materia di sicurezza della circolazione ferroviaria, verificare l’applicazione delle norme adottate, validare processi autorizzativi e omologativi di sistemi, sottosistemi e componenti, rilasciare i certificati di sicurezza alle Imprese Ferroviarie e le autorizzazioni di sicurezza ai Gestori dell’Infrastruttura.
Nel trasporto passeggeri e merci si è avviata una timida concorrenza, oggi rappresentata da NTV, Deutsche Bahn, SNCF, Trenord (che opera in regime di concessione esclusiva nell’hinterland milanese).


Quanto vale FS?


16.742 km di strade ferrate, dove i gestori terzi utilizzano la rete nazionale per il 15.1% della sua capacità (in particolare, operatori di alta velocità).
Nel 2012 Ricavi di 7.511 milioni, costi operativi di 6.310 milioni, costo del lavoro 3.877 milioni con 71.930 dipendenti con uno costo-azienda di 53.900 euro/dipendente, EBITDA/MOL di 1.918 milioni. I ricavi di Trenitalia (trasporto Italia ed estero) sono 5.498 milioni con un EBITDA di 1.360 milioni, mentre RFI (infrastrutture) ha ricavi di 2.663 milioni con un EBITDA di 378 milioni ed investimenti (2012) di 2.836 milioni. Nel bilancio di FS non sono chiariti con precisione i “perimetri” delle attività c.d. di mercato, né vengono evidenziati (e questo ci sembra peccato grave) i flussi di pagamenti effettuati da Trenitalia a RFI per l’utilizzo della rete (c.d. pedaggi), elemento che consentirebbe di comprenderne i rispettivi “economics”; e governo ed “authorities” si guardano bene dal richiederli a FS … (una stima è sotto-riportata, infra).
FS riceve contributi diretti dallo stato per servizi resi in regime di sussidiarietà (514 milioni nel 2012) e dalle regioni (1.725 milioni) per il servizio passeggeri reso localmente. Il servizio regionale meriterebbe un adeguato approfondimento, che ci ripromettiamo di fare in un prossimo futuro.
Il capitale investito netto di FS è di 45.804 milioni, di cui 30.547 milioni rappresentato da terreni, fabbricati, infrastrutture ferroviarie e portuali; anche per questi dati, inutile cercare chiarimenti nel bilancio di FS. Gli investimenti 2012 sono stati 3.891 milioni (consolidato).
Nel bilancio 2012 di FS, RFI è valutata 32 miliardi, Trenitalia 1.654 milioni; FS ha debiti finanziari di 9.068 milioni ed un patrimonio netto di 36.736 milioni.
Un dato interessante è la distinzione, per macro-aree, delle attività: nel 2012, il Trasporto ha avuto ricavi da terzi per 6.189 milioni, ricavi inter-settoriali di 287 milioni, per un totale di ricavi operativi di 6.476 milioni, costo del lavoro di 2.181 milioni ed EBITDA di 1.431 milioni; le Infrastrutture hanno avuto ricavi verso terzi di 1.519 milioni, ricavi inter-settoriali di 1.148 milioni, per un totale di ricavi operativi di 2.667 milioni, costo del lavoro di 1.533 milioni, EBITDA di 365 milioni. In assenza di dati puntuali, si può ipotizzare che l’utilizzo della rete da parte di Trenitalia abbia un corrispettivo annuo di 1.148 milioni.


Poca informazione trasparente, poche informazioni sui controlli di MEF ed ANSF, assenza di riferimenti ad interventi della UE, tante domande che possiamo riassumere:


1. perché MEF possiede la holding FS? Perché FS possiede entrambe le “gambe” delle infrastrutture e della gestione operativa?


2. quali garanzie MEF ha messo in atto per assicurare una, seppure limitata, forma di apertura al mercato? Avendo la proprietà di rete e gestione, ed assumendo entrambe le funzioni di concedente e di concessionario della rete, esistono ampie ragioni per ritenere insufficiente, se non inesistente, una qualsiasi forma di concorrenza: che cosa intendono fare governo ed UE al riguardo?


3. come il governo intende superare l’evidente conflitto di interessi fra infrastrutture (rete) e gestione passeggeri e merci? Come superare il monopolio di settore?


4. quali sono gli “economics” reali di RFI e Trenitalia, in particolare per quanto riguarda i loro rapporti di servizio in evidente conflitto di interessi?


5. il livello di servizio offerto da Trenitalia è generalmente valutato come inadeguato dall’utenza: una privatizzazione di Trenitalia non può prescindere da un piano di miglioramento del servizio.


6. è praticabile una netta separazione della proprietà di FRI e Trenitalia, attraverso la privatizzazione di Trenitalia? È sostenibile mantenere la proprietà della rete in mano pubblica?                 Poniamo questa domanda anche avuto riguardo all’analoga questione della “rete telefonica”; riteniamo possibile, e valido sotto vari aspetti, mantenere la proprietà pubblica nelle reti ferroviaria e telefonica; ma allo stesso tempo chiediamo che i canoni relativi alla concessione siano regolati a condizioni di mercato, che potranno uniformarsi ad un dei principali criteri, il modello “price cap” ed il modello “cost plus” (rinviamo ad una più precisa precisazione tecnica).


7. in caso di privatizzazione di Trenitalia (trasporto), come è possibile intervenire sui criteri della “concessione”? con quali orizzonti temporali e durata? Con quali obblighi per la manutenzione ordinaria e straordinaria?


8. “last but not least”: quanto vale Trenitalia? Probabilmente fra 3.5 e 4.5 miliardi di euro, sulla base dei dati 2012, e circa 3 volte il valore di carico in bilancio; ma in una gara aperta, tale valore potrebbe crescere in modo importante; non è un valore tale da far saltare di gioia, ma ci sembra allineato a quello di analoghi operatori gestori.


Come sempre, basta volere. Ma è quello che latita, in questo paese. Una piccola spintarella …

Il regalo, detto anche “gifting”.



Secondo un recente studio (Monitor di Bain&Company), il business dei regali rappresenta il 40% del mercato totale dei prodotti di lusso, circa 90 miliardi sui 224 miliardi di euro stimati, con i 15 principali “brand” che dominano, incontrastati; considerando anche i segmenti “premium” e “mass” ed i prodotti di abbigliamento, orologi, gioielli e cosmetica, il mercato è stato stimato in 560 miliardi: ma la quota del regalo resta alta, oltre il 35% con punte del 50% sul totale. 
Per gli esperti, c’è un potenziale inespresso per i marchi di fascia media e medio-alta che al momento sono esclusi come prima scelta per un regalo. 
Ricordando che “spesso quando si acquista per sé un prodotto di lusso si compra qualcosa anche per un amico, un familiare, un conoscente. E’ un meccanismo psicologico che allevia il senso di colpa, quasi sempre presente, in varia misura, quando ci concediamo acquisti di alta gamma. Il gifting è quindi un “doppio” motore del mercato del lusso”. 
La destinazione del regalo vede familiari e partner svettare col 67%, gli amici col 23%, colleghi col 10%. 
Spesso chi riceve il regalo, potendo scegliere, avrebbe acquistato qualcosa di diverso.

venerdì 27 novembre 2015

La festa del tacchino.



Il giorno del Ringraziamento, negli USA, cade l’ultimo giovedì di novembre e ricorda lo sbarco dei Padri Pellegrini (Pilgrim Fathers) nel 1620 a Plymouth, sulla costa atlantica, immortalato come festività dal presidente Lincoln. Giorno di festa, e non per il tacchino, che viene cucinato e servito sulle tavole statunitensi in abbondanza, accompagnato da mirtillo rosso e patate dolci. I tacchini allevati negli USA sono 242 milioni (dato 2014; nei primi mesi del 2015 una febbre aviaria ha causato una diminuzione della produzione stimata nel 2%), con Minnesota (45 milioni), Carolina del Nord (35 milioni), Arkansas (29 milioni) come principali produttori. Quasi ¾ di tacchino per ogni residente. Per soddisfare il desiderio di festeggiare la tradizione, si aggiungono 1 milione di tonnellate di patate dolci prodotte annualmente e 390 tonnellate di cranberry, il mirtillo rosso che accompagna l’ “oven-roasted turkey”. 
Turkey è anche il nome di 20 località degli States.

Il costo delle "litigation".

Le prime 15 banche Usa e le prime 8 banche europee hanno effettuato accantonamenti per totali 219 miliardi US$, dal 2008 a tutto il 2014, per coprire il prevedibile costo delle “litigation”, le cause che le vedono accusate di una serie di condotte considerate contrarie alla legge e alle regole di mercato: manipolazione dei mercati dei cambi, del Libor, mutui “sub-prime”, accuse di riciclaggio. I problemi esistono; ma le misure prese dalle top 23 banche come si sono evolute? Sono sufficienti a coprire i costi e le multe che potrebbero colpirle? Sono prevedibili ulteriori costi? Chi paga? Vediamo brevemente di toccare questi punti “sensibili”. Gli accantonamenti a bilancio sono progressivamente cresciuti dal 2008 (quando furono circa 5 miliardi US$) sino ai quasi 60 miliardi nel 2014, per un totale di 219 miliardi: 80 miliardi per le banche europee, 139 miliardi per quelle Usa.

Una dinamica che chiarisce la situazione di difficoltà del sistema bancario e che probabilmente si acuirà ulteriormente nei prossimi anni. 
Sinora l’impatto sui bilanci è stato importante: per la sola Bank of America gli accantonamenti fatti fra il 2008 ed il 2014 sono stati 70 miliardi, la metà del patrimonio della banca a fine 2014; JPMorgan ha invece accantonato 40 miliardi. Un’evoluzione che conferma un fatto evidente: le banche hanno effettuato accantonamenti nella consapevolezza che “something went wrong” e che è bene “mettere fieno in cascina” perché organi di controllo Usa ed europei, tribunali, associazioni di categoria che hanno avviato “class action” non abbasseranno la guardia e chiederanno (e otterranno) indennizzi “monstre” come sanzione per i comportamenti illeciti delle banche (ed i dati si riferiscono solo alle prime 23 più importanti).

In termini concreti: gli accantonamenti fatti fino a questo momento potrebbero essere una frazione, forse piccola, del costo che le banche dovrebbero sostenere per pagare i futuri indennizzi sanciti eventualmente da tribunali e autorità di controllo. Attendiamoci allora ulteriori costi e richieste di indennizzi. 

Gli utili delle banche saranno sufficienti a coprire questi costi? 
In caso positivo, gli azionisti potrebbero vedere azzerati, o ridotti in modo significativo, i dividendi e quindi una valutazione ridotta degli investimenti nel capitale delle banche. 
In caso negativo, gli azionisti sarebbero chiamati a mettere mano a onerosi aumenti di capitale: negli Usa, le autorità di controllo (Financial Stability Board, SFB; Federal Reserve; Office of Comptroller) hanno deliberato un aumento del livello di capitale primario oggi pari all’11,3% del totale di bilancio ed è previsto un ulteriore “cuscinetto” del capitale, che per le top banks Usa potrebbe significare maggiori fondi richiesti di 1.000 miliardi US$, entro il 2018.
Il costo finale cadrà sugli azionisti, sia in termini di ridotti dividendi che di aumenti di capitale. Con un particolare non secondario: molti fondi Usa (in particolare, fondi pensione) hanno nel loro statuto l’obbligo di non investire in prodotti e azioni di banche sottoposte a misure e condanne, siano esse civili o penali; un ulteriore “pain in the neck” per le tante banche che dovessero avere necessità di nuovo capitale. Secondo Moody’s la situazione descritta vale per le principali banche mondiali; ma, seppure per singoli ammontari non così significativi, è prevedibile una replica. E non sarebbe un successo di pubblico.

Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano in data 27.11.2015

giovedì 26 novembre 2015

Un mondo ad emissioni ridotte.






Secondo i dati  World Meteorological Organization (WMO), l’aumento di CO2 nell’atmosfera è cresciuto del 43% rispetto ai tempi della rivoluzione industriale, raggiungendo le 4.000 parti per milione, che è il livello atteso anche per il 2016, nonostante i proclami e gli impegni presi a livello mondiale per la riduzione dell’emissione (principalmente, causata dalle attività umane). 
La temperatura media del globo è aumentata, ormai in modo stabile, di 1° e aumenterà di 2° entro il 2035 (fonte: Intergovernmental Panel of Climate Change, IPCC, organismo dell’ONU), limite massimo indicato dai climatologi oltre il quale gli squilibri avrebbero conseguenze catastrofiche.

Essere consapevoli dei rischi è premessa necessaria, cui deve seguire una azione globale per ridurre il rischio sempre più evidente e prossimo di catastrofe. Gli impatti sarebbero devastanti per la vita sul pianeta: fauna, flora, mari, fauna marina, uomo sarebbero direttamente colpiti, divenendo a rischio estinzione. Non quantificabili sarebbero gli impatti sulle fonti alimentari, sulla salute, sulla vita del pianeta.

Sinora, i programmi presentati sono stati “top-down”: grandi accordi siglati in riunioni plenarie (Kyoto, Rio dei Janeiro, Copenhagen) privi di azioni conseguenti; da oggi si cambia, con l’adozione di programmi “bottom-up”: alla Conferenza di Parigi, 166 paesi (su 195 coinvolti) hanno presentato impegni volontari di riduzione di emissioni. Guardando ai singoli impegni volontari di 147 piani ufficiali, l’IPCC ha constatato che essi non bastano per contenere il riscaldamento del pianeta entro i 2°, ma porterebbero complessivamente ad un innalzamento di 2,7°, quindi oltre la soglia di rischio climatico catastrofico; i gas-serra continuerebbero a crescere ad un ritmo del 40% sul periodo 1990-2025 e del 45% sul periodo 1990-2035.

La situazione complessiva -- sul breve termine e facendo il raffronto fra sviluppo economico avuto rispetto al 2013 che è stato un +3% del PIL mondiale ed emissioni di gas-serra che fra 2013 e 2014 sono rimaste allo stesso livello – risente comunque del positivo contributo delle fonti rinnovabili ed alternative come fonti energetiche, e tenuto conto che il consumo di energia è aumentato nel breve periodo (seppure con tassi inferiori a quelli di crescita del PIL).


Ma quali sono i paesi che emettono più CO2? Quali impegni hanno messo “nero su bianco” nei loro piani ufficiali? Che cosa manca e non funziona?


Attualmente, i ¾ delle emissioni globali sono prodotti da 10 aree: Cina (che produce 1/3 del totale di 35 milioni di tonnellate di CO2 annue), Stati Uniti (circa il 15%), UE 28, India, Russia, Giappone, Sud Corea, Brasile, Indonesia, Canada; il resto del mondo, complessivamente, produce meno di 1/3 delle emissioni.

La Cina è quindi il paese che dovrebbe fare il “salto in avanti” più significativo: oggi, emette 10,3 milioni di tonnellate annue di CO2; si pone l’obiettivo di arrivare a 3,85 milioni; in base al piano presentato, la Cina avrà un “picco” nel 2030, si impegna a ridurre del 60-65% rispetto al 2005 per unità di PIL, di aumentare del 20% la quota di fonti energetiche diverse da quelle fossili (oggi, la Cina è il maggior utilizzatore di carbone), di aumentare la consistenza delle sue foreste di 4,5 miliardi di metri cubi rispetto al 2005. Piani ambiziosi, che richiederanno anche imponenti investimenti diretti ed indiretti (modifiche nel modo di produrre, muoversi, riscaldare e condizionare le abitazioni), sia privati che pubblici (in larga parte).

Gli Stati Uniti oggi emettono 5,3 milioni di tonnellate annue di CO2; si impegnano a ridurre le emissioni di gas-serra del 26-28% per il 2025 rispetto al 2005, con una emissione annua (anno-obiettivo) che scenderà a 4,3 milioni.

I paesi della UE si sono complessivamente impegnati a ridurre le emissioni da 3,7 milioni di tonnellate annue a 2,6 milioni nell’anno-obiettivo, attraverso un piano che prevede riduzioni annue nella misura di almeno il 40% rispetto al 1990, entro il 2030.


E l’Italia? Come sempre, la “prima della classe” nei proclami: più che dimezzare l’emissione di CO2 da 0,39 milioni di tonnellate a 0,17 milioni, entro il 2030. 

Ma sono credibili e raggiungibili questi obiettivi nazionali? Con quali risorse, investimenti, costi questo obiettivo potrà essere raggiunto?


Su questi temi, politica governo ed industria (non solo delle energie: pensiamo a quanto dovrà essere fatto dall’industria di trasformazione manifatturiera meccanica, alimentare e così via) non fissano piani e programmi di dettaglio degli investimenti richiesti, di dove e come questi saranno richiesti e destinati, di quali costi addizionali le produzioni nazionali saranno appesantiti. 

Investimenti e maggiori costi (almeno nel breve-medio periodo) significheranno anche minori utili, minori dividendi, impegni finanziari addizionali; tutti aspetti che azionisti, investitori, finanziatori sono chiamati ad approfondire e ben valutare. 
Ci si dovrà attendere anche un “passaggio” di risorse, “focus”, impegni da “vecchie tecnologie” (basate sull’impiego di fonti energetiche fossili) a “nuove tecnologie”, che quindi potranno e dovranno crescere ed arricchirsi ed arricchire (professionalità e competenze). 

Le “avvertenze” per gli investitori sembrano chiare: puntare sulle industrie “pulite” e che creano tecnologie “pulite” al servizio di questo “vaste programme” mondiale.


Occorre un “salto oltre la siepe”, confidando che gli indubbi passi in avanti fatti dalla ricerca nel campo delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica, delle biotecnologie ed altre discipline possano “ricadere” in modo positivo sul “fare industria” e lavorare al servizio del complessivo “benessere” nazionale (e non solo).