martedì 4 settembre 2018

E per sua sventura, trovò l'uomo secondo il suo cuore.

Era quello il second'anno di raccolta scarsa. Nell'antecedente, le provvisioni rimaste degli anni addietro avevan supplito, fino a un certo segno, al difetto; e la popolazione era giunta, non satolla né affamata, ma, certo, affatto sprovveduta, alla messe del 1628, nel quale siamo con la nostra storia. Ora, questa messe tanto desiderata riuscì ancor più misera della precedente, in parte per maggior contrarietà delle stagioni (e questo non solo nel milanese, ma in un buon tratto di paese circonvicino); in parte per colpa degli uomini. Il guasto e lo sperperìo della guerra, di quella bella guerra di cui abbiam fatto menzione di sopra, era tale, che, nella parte dello stato più vicina ad essa, molti poderi più dell'ordinario rimanevano incolti e abbandonati da' contadini, i quali, in vece di procacciar col lavoro pane per sé e per gli altri, eran costretti d'andare ad accattarlo per carità. Ho detto: più dell'ordinario; perché le insopportabili gravezze, imposte con una cupidigia e con un'insensatezza del pari sterminate, la condotta abituale, anche in piena pace, delle truppe alloggiate ne' paesi, condotta che i dolorosi documenti di que' tempi uguagliano a quella d'un nemico invasore, altre cagioni che non è qui il luogo di mentovare, andavano già da qualche tempo operando lentamente quel tristo effetto in tutto il milanese: le circostanze particolari di cui ora parliamo, erano come una repentina esacerbazione d'un mal cronico. E quella qualunque raccolta non era ancor finita di riporre, che le provvisioni per l'esercito, e lo sciupinìo che sempre le accompagna, ci fecero dentro un tal vòto, che la penuria si fece subito sentire, e con la penuria quel suo doloroso, ma salutevole come inevitabile effetto, il rincaro.
Ma quando questo arriva a un certo segno, nasce sempre (o almeno è sempre nata finora; e se ancora, dopo tanti scritti di valentuomini, pensate in quel tempo!), nasce un'opinione ne' molti, che non ne sia cagione la scarsezza. Si dimentica d'averla temuta, predetta; si suppone tutt'a un tratto che ci sia grano abbastanza, e che il male venga dal non vendersene abbastanza per il consumo: supposizioni che non stanno né in cielo, né in terra; ma che lusingano a un tempo la collera e la speranza. Gl'incettatori di grano, reali o immaginari, i possessori di terre, che non lo vendevano tutto in un giorno, i fornai che ne compravano, tutti coloro in somma che ne avessero o poco o assai, o che avessero il nome d'averne, a questi si dava la colpa della penuria e del rincaro, questi erano il bersaglio del lamento universale, l'abbominio della moltitudine male e ben vestita. Si diceva di sicuro dov'erano i magazzini, i granai, colmi, traboccanti, appuntellati; s'indicava il numero de' sacchi, spropositato; si parlava con certezza dell'immensa quantità di granaglie che veniva spedita segretamente in altri paesi; ne' quali probabilmente si gridava, con altrettanta sicurezza e con fremito uguale, che le granaglie di là venivano a Milano. S'imploravan da' magistrati que' provvedimenti, che alla moltitudine paion sempre, o almeno sono sempre parsi finora, così giusti, così semplici, così atti a far saltar fuori il grano, nascosto, murato, sepolto, come dicevano, e a far ritornar l'abbondanza. I magistrati qualche cosa facevano: come di stabilire il prezzo massimo d'alcune derrate, d'intimar pene a chi ricusasse di vendere, e altri editti di quel genere. Siccome però tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù di diminuire il bisogno del cibo, né di far venire derrate fuor di stagione; e siccome questi in ispecie non avevan certamente quella d'attirarne da dove ce ne potesse essere di soprabbondanti; così il male durava e cresceva. La moltitudine attribuiva un tale effetto alla scarsezza e alla debolezza de' rimedi, e ne sollecitava ad alte grida de' più generosi e decisivi. E per sua sventura, trovò l'uomo secondo il suo cuore.

(A. Manzoni, I Promessi Sposi, Cap. XII)

lunedì 3 settembre 2018

Discorso agli ateniesi 461 a.c. (Pericle)


Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo
viene chiamato democrazia. 
 
Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro
dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell'eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di
altri,chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una
ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non
siamo sospettosi l'uno dell'altro e non infastidiamo mai il nostro
prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia
siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle
proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici
affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato
anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo
proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che
risiedono nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è
buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo,
ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una
politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della
democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà
sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell'Ellade e che ogni
ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso,
la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la
nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così

domenica 2 settembre 2018

Le autostrade svizzere possono essere d’esempio? Ecco come vanno le cose


Questo articolo è stato pubblicato il 25 agosto 2018 su Econopoly de Il Sole 24 ore.
 
Riteniamo interessante portare l’esempio di come un paese vicino, la Svizzera, affronti e gestisca il sistema delle proprie infrastrutture, sperando che da tale lettura possano emergere utili spunti per la discussione, al momento fortemente “ideologica”, su come gestire il sistema dei trasporti e della mobilità nel nostro paese; con una necessaria avvertenza: qualsiasi riferimento a persone, cose, situazioni, progetti è puramente casuale.
La Svizzera ha una superficie pari ad 1/7 di quella italiana; è dotata, oggi, di una rete stradale nazionale (autostrade) di 1.790 km e di una rete ferroviaria di totali 5.148 km (2.137 km rete privati). Nel prossimo futuro non saranno costruite infrastrutture completamente nuove a carattere innovativo, ma le infrastrutture esistenti saranno sempre più sovraccariche, richiedendo investimenti per la loro manutenzione (ordinaria e straordinaria) imponenti, indicati in 37,5 miliardi di franchi (mld CHF) nel 2021 e 41,4 mld CHF nel 2026.
Tra il 1960 ed il 2015 il PIL svizzero è più che triplicato; il traffico ferroviario è più che raddoppiato; il traffico su strada si è quintuplicato; quello aereo è cresciuto di 22 volte; quando si costruiscono nuove infrastrutture, il traffico aumenta in modo più che proporzionale, spesso ben oltre le previsioni iniziali. Le infrastrutture sono quasi tutte di proprietà statale, nelle varie articolazioni (federale, cantonali, comunali). Per quanto riguarda la rete stradale nazionale (le autostrade svizzere) i piani di investimento già definiti sull’arco ventennale 2010-2030 sono molto significativi: circa 21 mld CHF.

Come si arriva a tali previsioni?
La Svizzera si è dotata, da tempo, di un piano strategico delle infrastrutture che copre, in modo organico, ferrovie, strade, linee metropolitane, aeroporti, energia; l’ultimo piano è stato redatto nel 2016 dal DATEC, il Dipartimento federale dell’Ambiente, Trasporti, Energia e Comunicazioni, e copre il periodo sino al 2030 (consultabile su web: “DATEC Strategia 2016”). Primo passo è stato quindi dotarsi di un piano, rivisto periodicamente, che identifichi lo scenario attuale ed atteso, le previsioni di sviluppo della domanda, le criticità che debbono essere affrontate e risolte, gli investimenti conseguenti.
Come funziona il sistema-Svizzera?
Abbiamo ricordato che le infrastrutture sono di proprietà pubblica (salvo casi marginali); le entità pubbliche (stato federale, cantoni, comuni) sono quindi proprietarie e gestori delle reti; quando si prevede una nuova opera, o la manutenzione di una esistente, l’entità pubblica svolge una duplice funzione:
(1) effettua la progettazione dell’opera, servendosi delle strutture pubbliche esistenti;
(2) assicura il controllo sostanziale dell’esecuzione dei lavori, rivestendo il ruolo essenziale di direttore dei lavori, sempre affidandosi alle strutture pubbliche esistenti.
L’esecuzione dell’opera è affidata, tramite gara pubblica, ad imprese private che debbono redigere un progetto esecutivo rispondente alle specifiche dell’appalto (vale a dire: tot kg di ferro per metro cubo di armatura, tot kg di cemento, e così via); nel corso dell’esecuzione dell’opera, il committente (stato federale, cantone, comune) controlla in modo sostanziale l’avanzamento dei lavori, rivestendo la funzione di direttore dei lavori.
I ruoli rispettivi del pubblico e del privato sono chiari: il privato esegue il lavoro secondo le specifiche fornite dal pubblico e sotto il controllo sostanziale del pubblico; parliamo di controllo sostanziale, che è cosa diversa e molto più pregnante di un mero controllo formale. Il pubblico è proprietario dell’opera e ne cura la gestione una volta che essa viene aperta e messa a disposizione dell’utenza.
Qual è il costo per l’utenza?
Nel caso delle strade nazionali (autostrade), l’utente paga la cosiddetta “vignetta” che consente di utilizzare l’intera rete nazionale, al costo annuale di circa 35 euro; con referendum, i cittadini elvetici hanno respinto la proposta di aumentare il costo della “vignetta”, richiesta che derivava dal fatto che tramite la sola “vignetta” i costi della rete (attuali e futuri) non sono coperti; accanto al contributo statale (raccolto tramite fiscalità) si sta studiando l’alternativa “pay as you drive”, quindi di un tanto al km, soluzione che incontra difficoltà tecniche di installazione dei sistemi di rilevazione del tragitto, oltre che richiedere ingenti investimenti iniziali (si pensa ad un sistema simile al Telepass).
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Ma le autostrade in Svizzera sono sufficienti o sono congestionate?
La rete autostradale è satura: tra 7.000 ed 8.000 ore di coda all’anno per congestione del traffico; nei 30 anni fra il 1975 ed il 2005 le ore di coda sono aumentate del 75%; le congestioni sono concentrate nei pressi dei grandi centri agglomerati dove si sovrappongono traffico locale, regionale e di transito; l’ufficio federale delle strade ha stimato che nel 2020 circa 400 km di strade nazionali (autostrade) saranno congestionati: 183 km in modo consistente (1-2 ore di coda al giorno) ed 81 km in modo molto consistente (2-4 ore di coda al giorno). Sono quindi necessari importanti investimenti per adeguare l’offerta alla domanda; comprendendo anche gli investimenti attualmente sotto esame, gli investimenti complessivi (fra investimenti in corso, già decisi ed in esame) potrebbero raggiungere i 47 mld CHF entro il 2030.
Come misura utile per “decongestionare” la rete autostradale e ridurre l’usura delle strade (è stato stimato che un TIR a pieno carico “consuma il manto e la struttura” sino a 70 volte il consumo di una autovettura di media cilindrata), anche in un’ottica di ridurre l’impatto sul clima causato dalle emissioni, la Svizzera da anni ha imposto ai mezzi pesanti in transito di essere “dirottati” sulla rete ferroviaria “point-to-point”, con i conseguenti impatti sulla inter-modalità (ferro/gomma), creando nuove opportunità nella gestione del traffico (logistica).
Come vengono e verranno finanziate le opere?
Sono previsti: finanziamento speciale per il traffico stradale (FSTS) che eroga contributi federali al Fondo Infrastrutturale (a tempo determinato) per il completamento della rete nazionale ed eliminazione dei problemi di capacità, sino al 2028; creazione del FOSTRA – Fondo per le strade nazionali e il traffico d’agglomerato, a tempo indeterminato, alimentato da vari gettiti di imposta.
Sintesi finale
Lungi dall’essere quindi perfetta, la situazione delle infrastrutture stradali è in evoluzione, prevedendosi interventi ed investimenti importanti nel medio periodo, in un’ottica di assecondare e se possibile anticipare la domanda di traffico da parte dell’utenza. Ci sembra importante sottolineare il ruolo essenziale della mano pubblica, oltre che nella razionale pianificazione, nelle fasi di progettazione delle opere e di controllo sostanziale della loro esecuzione; laddove queste funzioni non siano presenti (o siano state, scientemente o meno, depotenziate e/o distrutte in passato), la loro creazione richiederà molti anni perché siano di nuovo efficaci.
La sintetica descrizione della situazione elvetica, a nostro avviso, potrebbe essere di utile esempio per una politica delle infrastrutture anche in altri contesti, laddove si voglia “lavorare” secondo criteri razionali e non solo ideologici.

Giocare con il default e la troika: quel virus chiamato voglia di far saltare il banco



Questo articolo è stato pubblicato il 15 agosto 2018 su Econopoly de Il Sole 24 ore.

Negli ultimi giorni si è diffuso uno strano “virus” chiamato “voglia di far saltare il banco”, “uscire dall’euro”, sinonimi di “default”; e quando questo virus viene evocato ed espresso da chi riveste incarichi governativi, le antenne si drizzano, il freddo corre lungo la schiena, la mano corre veloce al portafoglio.
Il contesto è chiaro: l’esperienza recente ha dimostrato che sono difficilmente realizzabili riforme strutturali in un contesto di instabilità e/o incertezza politica, assetto istituzionale farraginoso e contradditorio, pubblica amministrazione insensibile al cambiamento. Un ulteriore peggioramento del quadro, dovuto a cause interne od esterne, potrebbe condurre il paese in una situazione di crisi simile a quella del 2011, che fu concentrata sul mercato secondario del debito pubblico, ma non colpì fortunatamente il mercato primario, dove nessuna asta di titoli di nuova emissione venne sospesa od annullata, nonostante la brusca impennata dei tassi di interesse. Ora, nel giro di poche ore lo spread BTP/Bund è salito oltre 270, segno di un diffuso malessere fra gli investitori, in un contesto di evidente deflusso di valuta all’estero.

Ma che cosa significa “fare default”? Basta una raccomandata con avviso di ricevimento, diretta alla UE, alla BCE, al FMI? O facciamo tutto noi, che sappiamo? Quali sono le conseguenze per il paese?
Quanto è successo a paesi come Argentina e Grecia suona come un chiaro campanello d’allarme. Vediamo quali sono le condizioni che fanno scatenare un “default”, e come si sono comportati Argentina e Grecia nel loro (penoso) percorso.

Storicamente, gli elementi e le condizioni che possono condurre ad un “default” di uno stato sono:
(a) un debito pubblico elevato, critico laddove superi il 90% del PIL, limitando la capacità di crescita; il rapporto debito/PIL dell’Italia è oggi pari al 131,5%;
(b) prolungati periodi di crescita economica negativa, o nulla; in Italia, il PIL ha avuto una dinamica negativa negli anni: -2,5% nel 2012 e -1,8% nel 2013; nel 2014 ha fatto +0,1%, e poi +1% (2015), +0,9% (2016), +1,5% (2017);
(c) una percentuale elevata di debito pubblico posseduto da investitori stranieri, più influenzabili da dinamiche avverse e quindi propensi ad un rapido disinvestimento da titoli pubblici del paese sotto osservazione; tale percentuale era il 52% prima della crisi del novembre 2011, scesa al 30% circa oggi;
(d) flussi di capitale estero legati a fasi pro-cicliche (alti in fasi espansive, bassi o negativi in fasi recessive), rispetto ad investimenti strutturali e stabili;
(e) una struttura del debito pubblico posizionata sul breve periodo, con durate medie del debito residuo brevi, più sensibile ad aumenti improvvisi e/o duraturi dei tassi nominali: era pari a 6,9 anni nel 2011, è ora 6,8 anni (fonte Bankitalia, giugno 2018);
(f) deficit di bilancio pubblico significativi e ripetuti nel tempo;
(g) inflazione elevata;
(h) deprezzamento significativo della valuta nazionale.
La contemporanea presenza di più elementi accresce la vulnerabilità del paese al “default”, che viene accelerato da un “evento-shock” come la svalutazione improvvisa della moneta o l’abbandono di forme di “aggancio” a monete più forti, oppure come conseguenza della crisi di un paese con cui ci siano esposizioni commerciali e finanziarie importanti (come sarebbe il caso della Turchia, oggi).

In Argentina, la irresponsabilità della classe politica emerge come elemento cruciale dello scatenarsi della crisi e della incapacità di gestirla, in particolare sotto gli aspetti di politica fiscale e monetaria. La crisi fu assai acuta, con una caduta del PIL dell’11% nel 2002, un tasso di disoccupazione superiore al 20%, una caduta dei consumi del 13,6%, un crollo degli investimenti del 39%. Gli effetti del “default” ebbero conseguenze sociali gravi e durature, destabilizzando la situazione politica ed economica negli anni seguenti, con una “coda” che si sta manifestando nuovamente a distanza di anni, come dimostra la decisione di alzare il tasso ufficiale per la quinta volta nel corso del 2018 al 45% (13 agosto 2018).

Grecia. Nell’aprile 2010, al momento della richiesta di un prestito di 30 miliardi di euro al FMI per 3 anni e di un prestito di 80 miliardi di euro alla UE, per totali 110 miliardi di euro pari alla metà del PIL greco, la Grecia presentava alcune debolezze strutturali: alto rapporto deficit/PIL pari al 13,6% nel 2009; rapida crescita del debito pubblico passato dal 100% sul PIL nel 2005 al 148% nel 2010; invecchiamento della popolazione con relative previsioni di aumento delle spese per pensioni e sanità; bassa competitività; capacità di offerta di beni e servizi limitata; istituzioni non favorevoli agli investimenti. Date tali debolezze, il FMI sollecitava un programma di aggiustamento fiscale per ridurre il deficit, per invertire la crescita del rapporto debito/PIL, per riallineare la domanda interna alla effettiva capacità di offerta per migliorare la competitività del paese. In questi anni il paese è passato attraverso crisi istituzionali, tensioni sociali interne, dolorosi tagli al “welfare state”, privatizzazioni forzate (come importanti porti commerciali), limitazioni sull’utilizzo dei fondi via via recuperati; sino a giungere ad una recente (e il tempo dirà se definitiva o provvisoria) uscita dallo stato di crisi finanziaria, e riapertura dei finanziamenti dall’estero.
Le esperienze di Argentina e Grecia sono univoche: il “default” porta come necessaria conseguenza una fase (spesso prolungata, talora ripetuta) di shock, cadute di produzione e reddito, aumento della povertà, tagli profondi alle “misure di sostegno” di un moderno “welfare state”.
Emergono elementi di somiglianza con l’Italia: elevato debito pubblico (al 131,5% del PIL in Italia), irresponsabilità fiscale del governo centrale e locale, immobilità incapacità ed inadeguatezza della classe politica, mercato interno che presenta aree di chiusura alla libera competizione con una rilevante presenza pubblica sia nella erogazione di servizi verso i cittadini e la P.A. stessa attraverso società di scopo, municipalizzate ed aziende autonome che non sono orientate ad una logica imprenditoriale e di profitto.
FMI, UE e BCE hanno ripetutamente consigliato all’Italia di procedere ad un serio insieme di riforme strutturali per ridurre il peso dello stato nell’economia (e quindi attraverso l’apertura dei mercati domestici oggi protetti avviare una crescita virtuosa del gioco competitivo a vantaggio dei cittadini e dell’economia) e ridurre il differenziale competitivo con altre economie. Sin dal 2013 Il FMI (IMF Country Report no. 13/298, Italy 2013 Article IV consultation, p. 9) osserva che “”in assenza di riforme strutturali più profonde, la crescita di medio termine si manterrà bassa””, sollecitando quindi il governo italiano ad intervenire su produttività stagnante, ambiente socio-economico poco adatto alle attività imprenditoriali, settore pubblico assai indebitato. Sono gli stessi punti su cui si era concentrata l’ormai storica lettera della BCE dell’agosto 2011, largamente inascoltata ed inattuata.
A nostro avviso, va scongiurata una eventualità di chiedere il “default”, in qualunque forma esso si sostanziasse: decisione unilaterale di “default”, richiesta di uscita dall’euro (e prevedibilmente, ma non necessariamente, dalla UE come fatto dalla Gran Bretagna), una scampagnata sulle rive del Meno accompagnata da dichiarazioni roboanti (ma sterili).

Ma tema più importante è: che cosa ci potrà riservare il futuro? Quali potrebbero essere le conseguenze a più lungo termine di un “default” del paese? Superata la fase critica del breve periodo, l’Italia sarebbe in grado di superare lo “shock” e riprendere un percorso di crescita, da lungo tempo abbandonato? Le esperienze di Argentina e Grecia non sono pienamente positive, al riguardo; occorre quindi aver da subito ben chiaro e definito un programma di “recovery” in un nuovo paradigma. In assenza di un simile programma redatto dalla amministrazione governativa, il compito di definirne obiettivi, capitoli, contenuti dovrà essere assunto da nuove forze, preferibilmente presenti nel mondo sano dell’impresa e del lavoro.

Neoliberismo in Italia: chi l’ha visto?





Questo articolo è stato pubblicato il 12 agosto 2018 su Econopoly de Il Sole 24ore.

Il termine neoliberismo contraddistingue ormai, nella discussione quotidiana nel nostro Paese fra politici, media e blogger, quanto c’è di negativo – o meglio: si ritiene ci sia di negativo – nell’economia di mercato e nel capitalismo; termine ormai assunto a descrivere i fenomeni, le azioni, i comportamenti più esecrabili dei “padroni delle ferriere” interessati (unicamente o principalmente) al proprio utile, pronti a spremere i lavoratori sino all’ultima goccia e limitarne i diritti, interessati ad assumere posizioni dominanti rispetto alla concorrenza anche con pratiche definite “predatorie”, dediti unicamente al bieco “laissez faire”, oramai inarrestabili nella loro conquista di potere, attività, braccia e cervelli. Non entriamo nella valutazione qualitativa, quella che ricorre a categorie e termini come utile/inutile e buono/cattivo; molto più modestamente cercheremo di valutare l’esistenza e la consistenza di quei fenomeni, appena descritti, che vengono etichettati come neoliberismo e quindi negativi.
I numeri, nella loro semplicità, ci aiuteranno a descrivere il tutto: o meglio, il contrario di quanto le voci appena descritte vogliono farci intendere; fatto 100 il PIL nazionale (1.716 miliardi di euro nel 2017, fonte ISTAT) incominciamo a quantificare quanto PIL è prodotto dallo Stato, nelle sue varie forme, e rileviamo che il 49,7% del PIL nazionale (852 miliardi di euro, fonte MEF ed ISTAT) è direttamente da ascrivere a entità dello stato, entità dove troviamo difficile identificare quei fenomeni da “padroni delle ferriere” sopra descritti; quasi sempre questa componente di PIL ascrivibile allo Stato è al di fuori di logiche di mercato, quindi è PIL fornito in situazioni di monopolio (naturale o per legge); le attività gestite dalle amministrazioni comunali aggiungono 86,5 miliardi di euro al Pil (fonte, ISTAT).
Aggiungiamo i servizi forniti da enti ed aziende possedute dagli enti territoriali locali (come le aziende che si occupano di trasporto locale, raccolta e gestione dei rifiuti, gestione dell’acqua) che operano sulla base spesso di concessioni, quindi a diretto contatto e diretta dipendenza dalla mano pubblica; secondo stime (mai certezze nel Belpaese…) le società partecipate dallo Stato centrale e locale sono circa 10.500 ed hanno prodotto 252,6 miliardi di PIL (dato 2015, ultimo disponibile; fonte Report ISTAT 23 ottobre 2017) e con queste arriviamo ad una quota vicina al 70% del PIL nazionale: 1.191,1 miliardi di euro. Questa fetta dell’economia nazionale ci sembra connotata da stretti e proficui legami fra proprietà (assente…), management (politicamente ”allineato”), sindacati (ben lieti di avere tali proprietà e management, pronti a concedere ancor prima di vederselo chiedere).
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Vorremmo passare inoltre a conteggiare tutto quel PIL che dipende, per via di concessione statale, dal “bello e cattivo tempo” della mano pubblica, come la concessione delle autostrade, i servizi di navigazione sui laghi, che tutto si può dire tranne che operino in regime di mercato e di libera concorrenza; non abbiamo trovato dati puntuali, ma non dubitiamo che queste attività possano rappresentare una quota non banale di PIL, stimabile (è uno sport nazionale, suvvia! fare stime…) fra il 5% e l’8% del PIL nazionale, e così abbiamo già superato il 74 per cento.
Ci consentirete, speriamo, di conteggiare il valore di PIL prodotto dai servizi delle Poste resi in regime cosiddetto protetto a tutela di tutti i cittadini, come quelli resi dagli sportelli postali e delle Ferrovie dello Stato resi in regime di concessione esclusiva (quindi, i ricavi delle attività dei treni ad alta velocità, svolti in regime di concorrenza con terzi, sono esclusi). Avremo dimenticato qualche attività; anche con tali possibili dimenticanze, la quota di PIL che possiamo definire neostatalista e statalista supera il 75% del PIL nazionale.
E allora, dove sta questo pericoloso neoliberismo che a detta della ormai chiassosa maggioranza politica, sindacale, giornalistica è il male da combattere con politiche di intervento statale? Chi l’ha visto, il neoliberismo?
Il male profondo, piuttosto, è l’eccessiva, debordante, elefantiaca, onnipresente, inefficiente mano pubblica che come una piovra si è impadronita del Paese, sulla via lastricata di buone intenzioni ma che sempre conduce all’inferno, e lo ha reso incapace di pensare, agire, fare.
Se c’è una cosa da fare è questa: smantellare, pietra dopo pietra, lo statalismo che è ormai in noi.

Belpaese e pensioni: l’incrocio pericoloso è fra demografia, istruzione e coperture


Questo articolo è stato pubblicato il 29 luglio 2018 su Econopoly de Il Sole 24ore.

La lettura dei Rapporti INPS (l’ultimo pubblicato questo mese di luglio 2018) e dei dati ISTAT conferma che abbiamo molti dati (NOTA: spesso poco coerenti fra loro, viste le diverse “chiavi di lettura” adottate) ma relativamente poche analisi di scenario per immaginare (prevedere è eccessivo) l’evoluzione del sistema pensionistico pubblico.
In premessa, ricordiamo che:
“Sul piano delle modalità di finanziamento, il modello pensionistico obbligatorio nel nostro paese si configura come un sistema a ripartizione, in cui l’onere pensionistico è ripartito sui lavoratori correnti: i contributi dei lavoratori attivi vengono immediatamente utilizzati per pagare le pensioni ai lavoratori in quiescenza. In quanto tale, il metodo a ripartizione subisce le oscillazioni del dato occupazionale, del livello retributivo degli assicurati e dell’andamento demografico.” (fonte, INPS).
È quindi evidente come sia fondamentale avere una base di lavoratori attivi crescente che “versano contributi”, a fronte di un invecchiamento della popolazione dovuto alla diminuzione del tasso di natalità ed al contemporaneo aumento della capacità di sopravvivenza e quindi della speranza di vita degli italiani, stimata in 83,49 anni (2015, B. Mondiale); nel 2002 gli ultra-novantenni residenti in Italia erano 402.000, saliti a 720.000 nel 2017 (fonte, ISTAT).
I pensionati italiani con età fra 60 e 70 anni sono 4.198.995 (il 27,2% dei pensionati), quelli con età fra i 70 e gli 80 sono 5.458.680 (il 35,3%) e (quasi) tutti raggiungeranno la soglia dei pensionati ultra-ottantenni, oggi fermi a 4.267.851 (il 27,6%) ma intenzionati a crescere, con effetti significativi sulla struttura “demografica” del sistema pensionistico. In chiave prospettica, andamento demografico (si innalza l’età media della popolazione, e quindi si estende il periodo di permanenza nella condizione di pensionato/a) ed andamento occupazionale (si riduce il rapporto fra lavoratori e pensionati, oggi pari a 1,4 lavoratori per ogni pensionato; tale rapporto era superiore a 5 negli anni ’50 e poi è via via calato negli anni successivi) aggiungono quindi difficoltà e problemi per un sistema pensionistico, che oggi deve ricorrere al sostegno dello stato, che attinge alla fiscalità generale, per sostenersi: l’apporto dello stato all’INPS nel 2017 è stato di 110, 3 miliardi, a fronte di prestazioni erogate di 312,1 miliardi e contributi incassati di 224,6 miliardi (pagina 281, Rapporto INPS luglio 2018).
L’Istat ha ricostruito le serie storiche trimestrali e di media annua dal 1977 ad oggi dei principali aggregati del mercato del lavoro; tra il 1977 e il 2012 il numero medio annuo di occupati è passato da 19.511.000 (anno in cui le pensioni pagate furono 16.766.399; NOTA: il numero delle pensioni è superiore al numero dei pensionati, avendosi casi di più pensioni erogate allo stesso pensionato) a 22.899.000 (con 23.570.499 pensioni pagate); a fine 2017 i lavoratori assicurati presso l’INPS sono 25.138.000 (fonte, INPS). La retribuzione media 2017 lorda (al netto dei contributi) è stata di 22.538 euro, con contributi medi versati all’INPS di 9.973 euro (compresa quota datore di lavoro); con tali contributi, che a livello aggregato “cubano” 205,1 miliardi, l’INPS eroga prestazioni pensionistiche a 15.477.672 pensionati INPS, con un assegno annuo lordo di 18.160 euro (fonte, INPS).
Se confrontiamo i contributi annui medi versati (9.973 euro) con l’assegno medio lordo erogato (18.160 euro) scopriamo che l’assegno medio annuo è 1,8 volte il contributo medio annuo; facciamo un piccolo esempio di calcolo (“grossolano”) … se per ogni pensionato oggi ci sono 1,4 lavoratori attivi, immaginiamo di avere 140 lavoratori che versano contributi di 9.973 euro, con un incasso di 1.396.200 euro; dall’altro lato paghiamo a 100 pensionati un assegno annuo di 18.160 euro per totali 1.816.000 euro; la differenza di 419.800 euro la paga lo stato, quindi la fiscalità generale, che infatti per il solo 2017 ha contribuito per 110,3 miliardi complessivamente (Tavola 3.8 App. pg. 281 Rapporto INPS luglio 2018). Ci troviamo dinanzi ad uno sbilancio finanziario oggi “strutturale” che fa affidamento sulla fiscalità generale per sostenersi.

Che fare?

Non è nostro compito; ci permettiamo di evidenziare che è essenziale aumentare costantemente e significativamente il numero dei lavoratori attivi (e studi in passato hanno sottolineato l’importanza di avere un rapporto di lungo periodo lavoratori/pensionati “in sicurezza”, nell’intorno del 2:1; per il nostro paese, questo vorrebbe dire creare nuovi posti di lavoro al ritmo, oggi impensabile, di 800.000 nuovi posti l’anno per i prossimi 8-10 anni), e che la crescita degli occupati è più semplice, diremmo favorita, da sistemi flessibili, quindi poco rigidi, che tendono a sviluppare nuovi profili professionali rispetto a quelli tradizionali; e che è altrettanto essenziale che le retribuzioni dei nuovi occupati siano elevate, così da avere contributi previdenziali alti, in grado di ridurre lo scompenso attuale (sopra descritto); uno scenario dove la professionalità sostenuta da percorsi formativi ad elevato contenuto tecnico possa essere adeguatamente riconosciuta e retribuita.
Quindi, forte enfasi sull’istruzione tecnica, la famosa STEM (Scienze, Tecnologie, Ingegneria, Matematica), come “driver” per migliorare la posizione competitiva delle imprese e del paese: impresa ardua, in un paese come l’Italia dove solo il 26,2% dei 30-34enni ha una laurea (contro una media UE del 39,1%) con una percentuale di laureati in materie tecniche del 4,5% sull’intera popolazione.

Molto resta da fare, forse quasi tutto.

Il messaggio di Marchionne: studiare e osare quello che per altri non è possibile


Questo articolo è stato pubblicato il 23 luglio 2018 su Econopoly de Il Sole 24 ore.


Sergio Marchionne: un deal-maker eccellente, più che un manager a tutto tondo. La sua è una storia aziendale contrassegnata da grandi operazioni societarie e finanziarie di natura straordinaria che hanno messo in risalto doti uniche: visione, coraggio, determinazione, pazienza unita a capacità di osare, grande razionalità e capacità di essere sempre tre passi avanti; doti che ne hanno fatto “il” CEO più rispettato dell’industria automobilistica.
Tre sono state le operazioni di natura straordinaria che ne hanno decretato il successo; una quarta – che egli aveva in animo di completare entro la fine del suo naturale mandato nel 2019 – resta ancora da eseguire; ma procediamo con ordine.
La prima operazione fu la gestione della uscita di General Motors dall’accordo con cui GM si impegnava ad assumere il controllo totale di Fiat Auto, siglato dall’allora presidente Fiat Paolo Fresco, in un momento difficile per la casa torinese; da poco arrivato a Torino, era il febbraio 2005, Marchionne gestì in modo esemplare la risoluzione dell’impegno di GM, che pagò una penale di 1,55 miliardi di USD per chiudere la sfortunata (per GM stessa) operazione; Fiat nel frattempo aveva già venduto, con plusvalenza, il 2% di GM che era stato acquisito alla firma dell’accordo iniziale contro il 10% di Fiat comperato da GM; la gestione esemplare da parte del nuovo CEO della famosa “put option” con penale allegata in caso di mancata esecuzione da parte della casa USA fu il segnale che a Torino c’era un uomo forte e capace al comando. Con la liquidità così incassata Fiat poté beneficiare di una «provvidenziale e sostanziale» iniezione di cassa a sostegno del rilancio.
La seconda operazione, la più famosa dell’era-Marchionne, fu l’ingresso in Chrysler: una operazione immaginata, impostata, gestita in totale autonomia da parte del CEO, che dimostrò – come sa fare solo un grande generale – di saper definire il campo di battaglia, la strategia di attacco, i tempi rapidi della vittoria. Si era nel primo mandato Obama, Chrysler era sull’orlo della bancarotta finanziaria oltre ad avere un problema di gamma di prodotti (pick-up e jeep) che consumavano troppo carburante e quindi erano soggetti a penalizzazioni tasse e limitazioni in molti stati americani; Marchionne colse l’attimo, offrendo all’amministrazione USA ed alla terza casa di Detroit la tecnologia (i motori Fiat a basso consumo) in cambio di azioni; in cambio della fornitura di tecnologia, e senza spendere un dollaro, Fiat ottenne una quota di Chrysler, poi elevata sino al 25% al momento della immissione sul mercato delle vetture equipaggiate con i motori a basso consumo, sempre senza versare un dollaro come capitale; quota incrementata sino a raggiungere il controllo col 58,5% nel gennaio 2012, con una serie di acquisti delle azioni in mano ai governi e sindacati di USA e Canada, sulla base di prezzi pre-concordati. Nel gennaio 2014 il controllo di Chrysler giunse al 100%, passo necessario per giungere ad una fusione societaria che diede origine a FCA. Marchionne aveva salvato Chrysler, aveva conquistato Chrysler, aveva così salvato il gruppo, che da operatore prevalentemente europeo (e latino-americano) era divenuto un player importante negli USA, ancora il mercato mondiale più importante.
Un filo rosso, oggi ben visibile, unisce la seconda operazione alla terza, e poi alla quarta (ancora in fieri).
marechionne
Con la creazione di FCA si prospettava la terza operazione: la separazione, esecutiva dal gennaio 2011, attraverso scorpori e scissioni, delle attività del gruppo fra automobilistico (FCA coi suoi marchi) ed industriale (Fiat Industrial; ora CNH Global), rendendo così più attraenti i rispettivi business per ulteriori, future operazioni (accordi, M&A); ulteriore “chicca”, l’operazione prevedeva la creazione di azioni a voto plurimo, che in caso di delibere assembleari su materie straordinarie (cessioni, acquisizioni, fusioni) consentiva, e consente, agli azionisti “stabili” che avessero detenuto le azioni per un periodo di 2 anni prima e dopo gli scorpori fatti di avere un voto doppio, e quindi un potere accresciuto (principali beneficiari del voto plurimo: il gruppo di controllo riunito intorno alla famiglia Agnelli e quegli investitori finanziari, come fondi, che hanno creduto nelle sorti del gruppo). La terza operazione fu anche propedeutica alla quotazione, di successo, di Ferrari, valutata al momento dell’IPO secondo criteri e multipli da azienda del lusso.
In 14 anni Marchionne ha visto il valore del gruppo moltiplicarsi per 10, creando valore per tutti gli azionisti che negli anni hanno dato fiducia al CEO ed alla politica del gruppo.
Ma a Marchionne questo non bastava: aveva in cantiere la quarta operazione, quella “finale” per rendere le partecipazioni della holding di gruppo meno dipendente dalla old economy (auto e veicoli industriali) e più presente su media, servizi finanziari ed assicurativi, in ottica globale. La quarta operazione, prevista entro la fine del 2019 che ora altri saranno chiamati a realizzare, è “accasare FCA” con un gruppo compatibile per dimensione, presenza geografica, gamma prodotti; le indiscrezioni portano a pensare alla coreana Hyundai; il prossimo futuro dirà se, come e quando qualcosa si realizzerà.
Il messaggio che lascia Marchionne è chiaro: studiare, immaginare, osare quello che per altri non è possibile, con pazienza, coraggio, perseveranza. Thank you, Sergio.