(..) Nell’Italia del XII secolo stava prepotentemente
affermandosi il ruolo delle città. La parte centro-settentrionale della
penisola costituiva il cosiddetto Regno d’Italia, che assieme al Regno di
Germania e a quello di Borgogna formava l’Impero. (…) Può valere la pena (…) di
dare la parola a un attento osservatore contemporaneo, Ottone di Frisinga. Monaco
cistercense e zio di Federico Barbarossa, Ottone lasciò il monastero di
Morimondo per assumere il ruolo di consigliere e biografo del regale nipote. Il
queste righe molto note, presenta il mondo delle città al pubblico degli
aristocratici tedeschi, a esso completamente estraneo: il testo può dunque
essere altrettanto utile a noi, che allo stesso modo guardiamo i comuni medievali
da una notevole distanza, sebbene cronologica e non geografica.
“” I latini imitano ancor oggi la saggezza degli antichi
romani nell’ordinamento delle città e nella gestione della cosa pubblica. Essi amano
infatti la libertà a tal punto che, per sfuggire alla prepotenza del potere, si
reggono secondo l’arbitrio di consoli, anziché di potenti che comandino. Siccome
fra loro vi sono tre ordini, cioè quello dei feudatari maggiori (capitani), dei
valvassori e della plebe, per limitarne la superbia eleggono non da uno solo di
questi gruppi, ma da tutti i predetti consoli. Perché non si lascino prendere
dalla libidine di comandare, li cambiano quasi ogni anno. Da ciò deriva che,
essendo tutta quella regione fermamente suddivisa fra le città, ciascuna di
esse costringe coloro che abitano nella sua diocesi ad obbedire e a stento in
una terra così grande si trova un qualche nobile o qualche uomo di rilievo che
non sia soggetto agli ordini della sua città. Hanno anche l’uso di chiamare
questi territori su cui comandano i loro “comitati”. Inoltre, perché non
manchino le risorse con cui affrontare i loro vicini, non si fanno problemi ad
elevare alla condizione di cavaliere e alla dignità di governo i giovani di
umili condizioni e addirittura gli artigiani che si occupano di spregevoli arti
meccaniche, che le altre genti tengono lontano come la peste dagli uffici più
onorevoli e liberali. Da ciò consegue che esse sono di gran lunga superiori a
tutte le città del mondo per ricchezza e potenza. A tal fine si avvantaggiano
non solo, come si è detto, per la saggezza delle loro istituzioni, ma anche per
l’assenza dei sovrani, che abitualmente rimangono al di là delle Alpi.””
Liberi, militarmente potenti, caratterizzati da una grande
mobilità sociale, in grado di proiettare la loro autorità sulle campagne,
marginalizzando i grandi signori dell’aristocrazia regia: così ottone presenta
i comuni italiani. A questa descrizione manca solo un elemento, la ricchezza. Le
città della penisola erano infatti le principali protagoniste del rapido
sviluppo economico dell’Europa del XII secolo. Genova, Venezia e Pisa, in
particolare, avevano lanciato le proprie flotte e i propri mercanti alla
conquista del Mediterraneo e ormai monopolizzato quasi completamente i traffici
fra l’Occidente latino, l’Oriente greco e il mondo islamico. Le città dell’entroterra
padano a loro volta si stavano sviluppando come centri commerciali e
manifatturieri, in particolare nel settore della produzione tessile, seguito da
quella metallurgica e dall’edilizia. Non bisogna neppure sottovalutare gli
importanti investimenti condotti nel settore agricolo, con il dissodamento di
vaste superfici di bosco o di incolto, la costruzione di mulini e altre
infrastrutture e lo scavo di canali per l’irrigazione e il trasporto di merci.
Sebbene
accomunati nella medesima entità politica, Italia e Germania rappresentavano
insomma due mondi assai diversi, dal punto di vista ideologico, sociale ed
economico.””
(Paolo Grillo, Le guerre del Barbarossa. I comuni contro l’imperatore,
pp. XIII-XIV)
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