giovedì 2 ottobre 2014

L’insostenibile costo del cibo.



Questa sera, all’ora di cena, ci saranno nel modo 219.000 commensali in più, da sfamare, a cui nessuno ha pensato. Questi ospiti inattesi, prima o poi, inizieranno a cercare quel cibo che spetta loro, come a qualsiasi abitante della Terra. Parliamo del fabbisogno di cibo di 9 miliardi di esseri umani, che hanno esigenze simili ma diversi accesi al cibo, per quantità e qualità, entrambe attributi necessari per una esistenza se non sana, almeno quasi.
Quantità e qualità del cibo dipendono, in misura significativa, da elementi legati e/o dipendenti dal clima: idrologia, biologia, produzione agricola. L’U.N. Food Price Index, che definisce l’andamento dei prezzi a livello mondiale, è raddoppiato fra il 2002 ed il 2012: il cibo è venduto a prezzi non più sostenibili per chi deve cibarsi. In altri termini, la vera crisi verrà dall’agricoltura, dalla sua capacità di rendere disponibili materie prime alimentari essenziali. Il clima ha un impatto immediato sui raccolti: il 2102 passerà alla storia come l’annata più calda e torrida dal 1895 (anno 0 della serie statistica) e l’estate del 2012 come la più secca dal 1956 negli Stati Uniti, dove il 45% del mais è stato considerato scadente o molto scadente, e dove le scorte di grano e soya sono ai minimi. Il terrore che nei prossimi anni si ripeta  una Grande Depressione (1929 allora, 2008 ora) seguita dalla grande siccità nel Midwest (il “Dust Bowl”, il deserto polveroso descritto in “Furore” di John Steinbeck) aleggia gravido. Per la FAO, il disastro del 2012 è peggiore di quello del 2007-2008: ora c’è uno “shock” climatico accompagnato da una caduta reale dei raccolti. I prezzi all’ingrosso di soya e mais sono arrivati al record storico; per l’Onu ci sono gravi “conseguenze per i più poveri, quella vasta parte dell’umanità che spende il 75% del suo reddito per acquistare il cibo”. Il pensiero corre al Bangladesh, all’Africa sub-sahariana, all’Egitto, a rischio di denutrizione in caso di rincaro dei prezzi.
La crisi sarà esasperata a livello energetico: la produzione di energia elettrica oggi utilizza più acqua dell’agricoltura, e di acqua c’è bisogno anche per raffreddare centrali termo-elettriche e nucleari, per l’estrazione di petrolio e gas naturale; negli Usa, oltre la metà dell’utilizzo d’acqua è legata alla produzione energetica. L’opulenza brucia risorse, la povertà aumenta per l’assenza di risorse. Il caldo fa male anche agli animali: i maiali mangiano il 30% in meno di mangime, le vacche producono il 20% in meno di latte.
La preoccupazione per l’accesso a spazi coltivabili, in diminuzione per la progressiva desertificazione di aree coltivate causata dalla siccità, ha portato al c.d. “land grabbing”, l’acquisto di vaste aree a poco prezzo, in Africa: nel solo 2010 le acquisizioni di terre da parte di paesi stranieri sono state 464 per un totale di 140 milioni di acri, più di 2 volte il totale degli acri coltivati a mais e grano negli Stati Uniti.
Vacuo parlare, in queste condizioni, di sviluppo sostenibile; l’equilibrio attuale e prospettico è insostenibile; occorre ripensare a livello globale che cosa coltivare: prodotti alimentari che richiedono meno acqua per crescere; e che tipo di energia sviluppare ed utilizzare.


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