domenica 30 novembre 2014

All'Italia, nessuno faceva più caso dopo la disfatta di Caporetto.



“”Mai forse come nelle settimane immediatamente successive al 4 novembre 1918 i vari componenti il fronte interventista cedettero vicina la meta (..): la fuoriuscita da quella sorte di limbo oltre il quale stava il ristretto club delle “grandi potenze”.(…) Quanto però fossero lontane dalla realtà tali aspettative fu reso subito evidente dall’andamento della conferenza di pace. L’assenza dell’Italia dalle trattative per la sistemazione dei grandi problemi del riassetto europeo fu il primo segnale della sfasatura esistente tra le illusorie ambizioni e la realtà delle cose: il ministro degli esteri italiani, ad esempio, non mancò di interessarsi alla questione della lingua ufficiale della conferenza, ma tralasciò di intervenire sul problema della Società delle Nazioni. Le prime rivendicazioni nazionalistiche, alimentate dall’andamento della conferenza e indirizzate contro i rappresentanti italiani, sembrerebbero trovare una conferma nelle valutazioni che del comportamento di Orlando e Sonnino ha dato la memorialistica del protagonisti e degli osservatori, soprattutto di parte anglosassone: Lloyd George e Lansing hanno insistito sulla non armoniosa composizione della delegazione italiana, soffermandosi sui dati di carattere antagonistici del presidente del Consiglio e del ministro degli esteri italiani; J.M. Keynes, a sua volta, ha osservato come Orlando, pur facendo parte del Consiglio dei Quattro, vi recitasse un ruolo assolutamente secondario, non foss’altro perché, ignorando completamente l’inglese, non aveva possibilità alcuna di comunicare né col residente Wilson, né col premier inglese; l’anedottica sulla scarsa conoscenza dello stesso francese e sull’ignoranza geografica del presidente italiano alimenterà del resto anche i diari e la memorialistica italiana. Impressionarono, invece, la chiusa freddezza e l’autoritarismo di Sonnino, “un freddo, deciso, diplomatico imperialista della vecchia scuola”, che riuscì ad imporre alla delegazione una linea e un metodo ispirati al principio del “sacro egoismo”, e cioè a intervenire nella discussione dei problemi internazionali soltanto e unicamente per sostenere le immediate rivendicazioni italiane. Però (…) le radici della scarsa incidenza italiana alla Conferenza della pace dovevano manifestarsi nel tipo di politica estera sostenuta da quella delegazione e, più in generale, dalla reale forza del paese che quegli uomini rappresentavano. (…) Sonnino sembrava non avere compreso che fatti nuovi, diversi nella loro entità, ma convergenti nei loro risultati, avevano ormai aperto l’era dela “nuova diplomazia”: i bolscevichi avevano portato la rivoluzione anche in questo campo pubblicando i testi di tutti gli accordi segreti sottoscritti dalla diplomazia zarista, mentre il presidente Wilson aveva proclamato e tentato di affermare nuovi principi, che con la pubblicità dei documenti diplomatici modificassero la natura dei rapporti tra i popoli. Quanto il modo di concepire e di realizzare la politica estera fosse ormai radicalmente mutato, del resto, lo si vide fin dalla stessa composizione della delegazione americana alla Conferenza di pace. Con i suoi milletrecento collaboratori, tra i quali facevano spicco storici e giuristi, statistici ed economisti, geologi e geografi, essa faceva apparire la piccola delegazione italiana, formata per lo più da diplomatici della vecchia scuola e da membri dell’apparato statale, un vero e proprio avanzo del passato. Ma, soprattutto, i rapporti internazionali avevano ormai acquisito una dimensione internazionale, e di questo gli italiani non parvero in alcun modo consapevoli (…) La scomparsa dell’Impero asburgico e di quello turco, la caduta del Reich e dell’Impero russo, sottrassero all’Italia tutti i punti di riferimento poggiando sui quali essa aveva potuto in qualche misura supplire alla propria debolezza di fondo per svolgere una politica estera relativamente autonoma (…). La realtà, come scrive Potemkin, era che “sebbene l’Italia fosse compresa alla Conferenza della pace nel gruppo delle grandi potenze, nessuno le faceva più caso dopo la disfatta di Caporetto (…)”. A ben guardare, l’unica indicazione di fondo che pare emergere dalla politica estera italiana del dopoguerra è quella di un costante riferimento in posizione subalterna alla linea inglese, e per comprendere appieno i limiti di tale atteggiamento è sufficiente ricordare che, con la guerra, la Gran Bretagna era stata definitivamente soppiantata dali Stati Uniti d’America nel ruolo di “direttore d’orchestra” della politica e della finanza internazionale, che aveva svolto incontrastata fino al 1914. Ed era agli Stati Uniti, a loro volta trasformati da potenza tradizionalmente debitrice in potenza creditrice, che l’Inghilterra e la Francia dovevano riferirsi per la ricostruzione dell’economia europea, adattandosi per questo a non osteggiare la ripresa della Germania. A maggior ragione lo doveva dunque l’Italia, per allontanare da sé lo spettro della catastrofe e della rivoluzione, che la guerra aveva evocato. (…) Le pretese italiane si erano accresciute in proporzione geometrica, mentre le possibilità reali non erano aumentate neppure in proporzione aritmetica.””


Storia d’Italia. Dall’Unità a oggi. Libro 11. Lo stato liberale. pgg 2060-2064. Einaudi/IlSole24Ore, 2005.

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